
Il questore di Trapani Salvatore La Rosa ha vietato i funerali pubblici di Gaetano Riina, fratello del boss di Corleone Totò, morto qualche giorno fa all’età di 90 anni a Mazara del Vallo, dove Gaetano Riina risiedeva da molto tempo. Rifina, già condannato per associazione mafiosa, era agli arresti domiciliari dal 2021 per gravi problemi di salute. Nonostante il divieto del questore, il cappellano del cimitero di Mazara del Vallo don Nicola Misurarca ha celebrato una messa pubblica con tanto di omelia.
Nato a Corleone il 5 novembre 1933, mafioso doc, era fratello del “capo dei capi” Totò. Considerato il cassiere dei corleonesi, di statura piuttosto bassa, chiamato “u curtu“, era solito sostare davanti al caffè Excelsior della cittadina siciliana in giacca, intento a salutare, con una stretta di mano, i tanti che lo ossequiavano: tanti lo abbracciavano e baciavano. «Se c’è un fiore, c’è un fiore per tutti», diceva ai giovani mafiosi che cercavano di accaparrarsi i soldi delle estorsioni. Il suo cognome era un apriporta per i summit mafiosi fra Corleone e Trapani, anche al cospetto degli emissari dell’ultimo latitante, Matteo Messina Denaro. Era ormai di fatto il consigliere anziano della famiglia di Corleone. Arrestato nel 2011 con l’accusa di aver sostituito Totò dopo il suo arresto del 1993, fu condannato a 14 anni per estorsione e associazione mafiosa. Fine pena fissato nel 2024, ma per motivi di salute scontava la detenzione domiciliare dal 2021. Fine pena decretato dalla morte nei giorni scorsi.
Il questore di Trapani, Salvatore La Rosa, a capo della questura della città siciliana, ha ordinato funerali privati per il boss di Corleone, disponendo che solo i parenti più prossimi potessero partecipare al rito funebre e che la salma di Riina percorresse un itinerario obbligato dalla casa fino al cimitero dove è arrivata nella serata del 23 febbraio. D’altronde non è il primo caso di divieto imposto per l’ultimo saluto ad esponenti di spicco della criminalità organizzata. Stessa sorte era toccata a Totò Riina, Matteo Messina Denaro, Franco Russo, Mario Campailla, Raffaele Cutolo e Rosetta Cutolo e tanti altri. La Rosa, questore a Trapani dal 2019, è un grande conoscitore del fenomeno mafioso. Messinese, classe ’62, avvocato, ha diretto i Commissariati di P.S. di Priolo Gargallo, Avola, Noto, Lamezia Terme e Gela. Ha fatto parte della Squadra Mobile di Siracusa e, sempre nella città aretusea, è stato Capo di Gabinetto, dal 2007 al 2012, anno in cui ha assunto le funzioni di Vicario del Questore di Messina. Prima di arrivare a Trapani ha guidato la questura di Ragusa.
«Questa è una messa che ho voluto offrire io, una solennità per papà», ha detto don Nicola Misurarca, cappellano del cimitero di Mazara del Vallo, al termine della messa di suffragio celebrata sabato scorso per il boss alla presenza della moglie, della figlia Concetta, di parenti e amici. «Pregherò per lui sia nella prossima domenica che fino alla fine del mese. Adesso lo vogliamo benedire». Non ha risparmiato parole di affetto, introducendo così la celebrazione: «Oggi siamo qui anche per il nostro amatissimo fratello Gaetano. Non avendo potuto fare il funerale, preghiamo per lui perché noi siamo e dobbiamo essere una Chiesa che ascolta e asciuga ogni lacrima, una chiesa con la quale condividiamo gioie e dolori».
Ed ha giustificato così la sua decisione di celebrare la messa in una sorta di assoluzione del boss mafioso: «Non saremo giudicati dalla Chiesa ma da Dio a cui nessuno si può sostituire. Lui è l’unico giudice della nostra vita. Cristo è morto per tutti, ha versato il suo sangue per tutti, nessuno escluso. Nella misura in cui qualcuno esprime un giudizio sull’anima della persona, questo è nel peccato. Se per esempio io commetto un furto, devo essere condannato e questo è un giudizio sul comportamento ma il giudizio dell’anima non spetta a nessuno se non a Dio. Ecco perché la nostra preghiera deve essere rivolta a tutti e nessuno può giudicare. E aggiungo che se io commetto un furto ma ho fatto tante opere di bene, Dio su quelle mi giudicherà e non sull’unico gesto brutto che ho commesso nella mia vita».
Alla fine della celebrazione il celebrante ha notiziato i partecipanti che «in fondo alla chiesa, sul tavolino è stato posto un foglio in cui i familiari e gli amici del nostro fratello Gaetano possono scrivere un pensiero. Il foglio sarà dato alla famiglia che poi vi ringrazierà». Al termine dell rito funebre tutti si sono recati presso il loculo di Rina dove il prete ha benedetto la salma.
Parlando del divieto delle esequie ecclesiastiche, il canone 1184 del Codice di Diritto Canonico afferma che “Se prima della morte non diedero alcun segno di pentimento, devono essere privati delle esequie ecclesiastiche: […] i peccatori manifesti, ai quali non è possibile concedere le esequie senza pubblico scandalo dei fedeli. Presentandosi qualche dubbio, si consulti l’Ordinario del luogo (il vescovo, ndr), al cui giudizio bisogna stare” e il canone 1185 recita: “A chi è escluso dalle esequie ecclesiastiche, deve essere negata anche ogni Messa esequiale”. E le esequie di un mafioso non possono non provocare scandalo tra cittadini e fedeli. La mafia, insieme a qualsiasi altro fenomeno criminale, è scandalosa, destabilizza la società, causa danni economici, procura sofferenza e morte.
Ma la Chiesa al riguardo ha le idee chiare, anche se si registrano fenomeni di connivenza, a volte dettati dalla paura di ritorsioni. Monsignor Corrado Lorefice, arcivescovo di Palermo, nel ribadire ancora una volta l’inconciliabilità dell’appartenenza alle organizzazioni mafiose con la fede cristiana, torna a fare riferimento alla Lettera “Convertitevi” scritta dai vescovi siciliani in occasione del venticinquesimo anniversario dell’appello di Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi di Agrigento il 9 Maggio del 1993, una Lettera attraverso la quale i Vescovi siciliani hanno voluto riaffermare con forza la distanza tra la mafia e la Chiesa. Una distanza rimarcata con voce chiara anche da Papa Francesco in occasione della sua Visita Pastorale a Palermo il 15 settembre 2018, nel 25° anniversario dell’uccisione di don Giuseppe Puglisi: «Non si può credere in Dio ed essere mafiosi. Chi è mafioso non vive da cristiano, perché bestemmia con la vita il nome di Dio-amore. Oggi abbiamo bisogno di uomini e di donne di amore, non di uomini e donne di onore. […] Convertitevi al vero Dio di Gesù Cristo, cari fratelli e sorelle! Io dico a voi, mafiosi: se non fate questo, la vostra stessa vita andrà persa e sarà la peggiore delle sconfitte».
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