
Ci prepariamo a ricominciare, con l’autunno incipiente e dopo un’estate che ha visto un susseguirsi di eventi violenti, omicidi, morti sul lavoro, violenze familiari, femminicidi. Appena ieri Ana Cristina, nonostante il suo coraggio. Tanti dati, che potrebbero confluire nelle “solite” statistiche.
Le statistiche hanno mostrato tutta la loro insignificanza, trasferendo, con un click, nel dimenticatoio i fatti. Forse in tanti hanno già dimenticato l’uccisione di Giulia, non riporto intenzionalmente il cognome! Fra poco si dimenticherà l’uccisione di Sharon, a seguire il pluriomicidio di Paderno. Nomi, cognomi, luoghi, tutto sommato in un mix di rifiuto e distanza, poi, appunto, di dimenticanza.
Dov’è il problema? Forse, è meglio dimenticare, così non si deve affrontare il problema o i problemi, sì perché i problemi sono tanti, hanno varie radici, ma non di significato consapevole, problemi fermi in superfice. Soprattutto pensando ai giovani, il problema non attraversa quella superfice.
Torna a mente il termine inglese di coping. I comportamenti che ognuno può adottare per fronteggiare le difficoltà, appunto il coping, non riguardano solo i protagonisti di quelle violenze, ma anche tutti quelli che ne hanno notizia e che non affrontano “quel” significato profondo per trovare una soluzione. Si potrebbe semplificare riconducendo tutto allo stress, che spesso, troppo spesso, sembra solo legato a stanchezza fisica, lavorativa. Il problema è proprio qui, o meglio, non proprio qui, tanto più, ancora, se pensiamo ai giovani.
La vera fonte di stress sta nella mente e, perché no, nel cuore. Mente e cuore vittime di questo tempo. I tre casi ricordati sono il risultato di disfunzioni emotive, affettive oltre che, naturalmente, cognitive, di ragazzi paradossalmente estranei alla vita, proprio come in questi casi. Nel tracciare questi episodi sfugge sempre la categoria “sociale”, una categoria che al contrario, oggi più che mai, assorbe e nasconde tutte le disfunzioni. Una frase dell’omicida di Paterno avrebbe dovuto far riflettere: “i miei genitori mi chiedevano spesso, perché sei sempre in silenzio?” Le strategie di risposta alle difficoltà esistenziali “dovrebbero” prevedere attenzione, riflessione, autoriflessione, recupero e, così, “scarico” dello stress! Ma dove e come scaricare, per chi inizia da poco a vivere? E qui appare il vuoto, personale, familiare, sociale.
Sebbene in modo diverso, i protagonisti di quei fatti di estrema violenza, soffrivano in modo altrettanto estremo di un rifiuto di legittimità, in famiglia, nel rapporto di coppia e nel contesto sociale. Qui il campo si allarga e, così, ci disorienta, non solo nella definizione delle patologie psicologiche e comportamentali di cui erano e sono portatori, ma anche nella ricerca delle risposte che, forse, hanno cercato e che noi stessi vorremmo trovare. La disattenzione, a monte e a valle, innanzitutto di tipo sociale ci appare l’originaria scaturigine dei problemi. E non solo di questi episodi.
A fronte della frammentazione familiare, proprio la famiglia va considerata il più devastato e devastante “luogo sociale” dove si consumano queste difficoltà. La famiglia, a cui in primis tutti fanno ricorso per avere risposte alle disfunzioni, non è più un “luogo” significante, così, il peregrinare dell’anima si disperde nelle strade senza direzione della società, in tutte le sue istituzioni, la cui funzione non è più riconoscibile. Si potrebbe parlare di resilienza al contrario, laddove quei soggetti hanno “ricavato” dal loro buio la spinta verso un vantaggio distruttivo e autodistruttivo per rimarcare il vuoto di senso.
L’affermazione attraverso la distruzione. Le certezze dovevano e devono venire dalla società, ma non abbiamo più notizia del controllo sociale, di quella funzione che dovrebbe garantire, in vari ambiti, modelli comportamentali e rispetto, di sé e degli altri, proprio per prevenire tali derive. Come non abbiamo più notizia della funzione di ascolto, di cura e di comprensione. La disfunzione sociale nasconde e genera silenzio, almeno quanto la contagiosa disseminazione comunicativa, che produce nonsenso.
di Annamaria Rufino
docente di Sociologia giuridica della devianza e del mutamento sociale
all’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”
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