
Oggi vi voglio parlare di una canzone: nel 1997 Giorgio Gaber scriveva “Verso il terzo millennio”, un brano che anticipava con straordinaria lucidità molte delle problematiche della società contemporanea, disegnando un quadro che, a quasi trent’anni di distanza, appare sempre più inquietante e attuale. Gaber, con la sua visione caustica e allo stesso tempo poetica, ci conduceva attraverso le crepe di un sistema capitalistico e consumistico che, già allora, mostrava segni di cedimento.
Oggi, a distanza di decenni, quelle crepe si sono trasformate in voragini, e l’implosione di un sistema costruito sull’accumulo e sulla crescita infinita sembra più vicina che mai.
In una strofa particolarmente significativa, Gaber ci dice che siamo tutti “in preda a un grande smarrimento, di una follia suicida”, parole che oggi risuonano con un’eco profonda. Viviamo in un’epoca in cui l’ossessione per il consumo e il profitto ha generato un livello di stress sociale senza precedenti. La corsa all’accumulo, alla produttività sfrenata e al consumo compulsivo ha trasformato la nostra vita in una continua rincorsa verso qualcosa che, paradossalmente, non ci soddisfa mai.
Il mercato, con la sua logica di consumo, ci promette continuamente felicità attraverso l’acquisto di beni e servizi, ma questa felicità è illusoria, temporanea, e presto ci troviamo a desiderare ancora, in un ciclo senza fine.
L’attuale modello economico non solo ha fallito nel rispondere ai bisogni più profondi dell’individuo, ma ha anche contribuito a creare un senso di alienazione e omologazione. Gaber parlava di come, anche “in certi gesti che sembran solidali, non c’è più un individuo, siamo tutti uguali”. Questa omologazione si manifesta oggi in forme ancora più pervasive: i social media, i modelli di consumo globalizzati, la cultura dell’immagine e del successo facile ci rendono tutti uguali, tutti protagonisti di una sceneggiatura scritta dal mercato. Il conformismo di massa è mascherato da libertà di scelta, ma le scelte che ci vengono offerte sono tutte preconfezionate, create per alimentare la macchina consumistica che ci circonda.
La modernità ci ha venduto l’idea che il benessere si misuri attraverso la capacità di possedere, di acquistare, di apparire. Questo mito del progresso e del miglioramento continuo ci ha condotti su una strada che ora si rivela essere una trappola. La scienza e la tecnologia, che avrebbero dovuto essere strumenti di emancipazione e liberazione, sono state anch’esse piegate alla logica del profitto. Gaber già nel suo testo evidenziava come la scienza, pur avanzata, “non sa capire che cosa c’è di vero nell’arco di una vita tra la culla e il cimitero”. Oggi, nonostante i progressi tecnologici e scientifici, la nostra società sembra più disorientata che mai. Abbiamo smartphone, auto elettriche, intelligenza artificiale, ma non riusciamo a dare un senso più profondo alla nostra esistenza. La scienza, se non è guidata da un’etica umanistica e sociale, rischia di diventare sterile, incapace di rispondere alle vere domande dell’esistenza.
Gaber coglieva anche un’altra grande contraddizione del nostro tempo: “questa specie di calma del nostro mondo civile è solo un’apparenza, solo un velo sottile”. Viviamo nell’illusione di un benessere diffuso, di una pace sociale apparente, ma sotto la superficie ribollono conflitti, disuguaglianze e tensioni che rischiano di esplodere da un momento all’altro.
La pandemia di Covid-19 ha rivelato in modo drammatico quanto fragile sia questo velo di calma. Le disuguaglianze economiche, il degrado ambientale, le tensioni sociali e politiche – culminate in diverse parti del mondo in guerre scellerate – sono solo alcuni dei sintomi di un sistema che si sta disintegrando sotto il peso delle proprie contraddizioni.
Il consumismo ha esacerbato le divisioni sociali: da una parte, una minoranza di super-ricchi che continua ad accumulare ricchezze senza precedenti, dall’altra una massa sempre più impoverita e alienata. Il capitalismo neoliberista ha trasformato tutto in merce, inclusi i rapporti umani. Anche la solidarietà, come Gaber sottolineava, è diventata spesso un gesto vuoto, un atto di conformismo più che di vero impegno. Le grandi campagne di beneficenza e le iniziative filantropiche delle multinazionali, per quanto possano essere benintenzionate, spesso non fanno che perpetuare lo stesso sistema che ha generato le disuguaglianze che dovrebbero combattere.
Sembra che nessuno possa salvarci: né la politica, intrappolata nei meccanismi del potere e dell’interesse economico, né la scienza, che sembra incapace di affrontare le domande esistenziali e sociali più profonde. La follia suicida a cui fa riferimento Gaber si manifesta oggi in modo tangibile attraverso il degrado ambientale, i conflitti globali e la crisi dei valori che un tempo tenevano insieme il tessuto sociale. Il cambiamento climatico, causato in gran parte da un modello economico insostenibile, è forse la manifestazione più evidente di questa follia. Continuiamo a consumare le risorse del pianeta come se fossero infinite, pur sapendo che il tempo a disposizione si sta esaurendo. O peggio, è già finito.
Eppure, nonostante il quadro desolante, Gaber ci lasciava con una nota di speranza: “Ma io ti voglio dire che non è mai finita, che tutto quel che accade fa parte della vita”. In queste parole risiede forse l’unica via d’uscita possibile: riconoscere che il cambiamento, seppur inaccettabile per come si sta manifesta e per quanto doloroso possa essere, è parte della vita stessa. Il sistema che sta implodendo non può essere semplicemente aggiustato, deve essere ripensato dalle fondamenta. È necessario un nuovo paradigma, una nuova visione del mondo che metta al centro l’essere umano e il pianeta, non il profitto. Utopia.
La speranza non sta in un ritorno al passato, né in una fuga verso un futuro distopico, ma nella capacità di riscoprire una dimensione più autentica della vita, lontana dalle illusioni del consumismo e della crescita infinita. È possibile immaginare un mondo in cui il valore non sia misurato dalla quantità di beni posseduti, ma dalla qualità delle relazioni, dalla solidarietà vera, dal rispetto per l’ambiente e per gli altri esseri umani.
Da cantautore impegnato, forse uno dei più illuminati, il messaggio di Gaber resta un monito ma anche un invito: certo, potremmo prenderla così e magari consolarci con l’idea che questo grande caos sia solo una fase, un passaggio necessario verso un futuro più luminoso. Ma diciamoci la verità: siamo davvero convinti che tutto questo faccia parte di una qualche evoluzione? O, più probabilmente, stiamo solo aspettando che la barca affondi mentre continuiamo a giocare con lo smartphone?
La speranza, dopotutto, è l’ultima a morire, anche perché gli altri ci hanno già lasciati da un pezzo. Forse basterà un’altra app, un altro oggetto tecnologico “rivoluzionario” per salvarci, qualcosa che ci prometta ancora una volta di rendere le nostre vite più facili, più veloci, più… consumabili. Nel frattempo, continuiamo a far finta che tutto vada bene, da buoni italiani quale per fortuna o purtroppo siamo.
Sì, è vero, Gaber ci diceva che “non è mai finita”. Ma forse è perché non abbiamo ancora capito bene come finirla. Abbiamo costruito un mondo così perfetto nella sua imperfezione che ora non riusciamo più nemmeno a immaginare una via d’uscita. La cosa più divertente, se vogliamo, è che mentre discutiamo di crisi economiche, conflitti, disastri ambientali e stress collettivo, c’è sempre un nuovo prodotto da acquistare che ci promette di distrarci dalla catastrofe imminente. E noi, puntualmente, ci caschiamo.
Forse la verità è che in questo sistema che implode, siamo tutti bravissimi a recitare la nostra parte. C’è chi si arricchisce, chi si lamenta, chi si distrae e chi si preoccupa. Ma alla fine, siamo tutti sulla stessa nave: una nave che probabilmente finirà su una spiaggia tropicale… ma solo perché la plastica che abbiamo buttato in mare ormai copre metà degli oceani.
E allora, in questo grande circo moderno, la speranza potrebbe anche essere l’ultimo spettacolo della serata. Ma che importa? Abbiamo già prenotato i biglietti per lo spettacolo di domani. E magari, chissà, questa volta il finale sarà diverso… oppure no, ma tanto vale goderselo finché dura.
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