La Striscia di Gaza è stata nuovamente travolta nel maggio 2025 da un’offensiva di Israele su scala senza precedenti mentre le autorità internazionali rimangono ancora ferme a guardare. Il governo di Benjamin Netanyahu ha annunciato di essere pronto a scatenare “un’operazione massiccia a Gaza”, con l’obiettivo dichiarato di sconfiggere Hamas e liberare gli ostaggi: «La popolazione di Gaza sarà trasferita per proteggerla», ha dichiarato il premier, avvertendo che le aree conquistate «non saranno più restituite». In sostanza, decine di migliaia di civili sarebbero costretti a evacuare il nord e il centro della Striscia, spostandosi verso il sud sotto il controllo israeliano.
Di fatto Israele si prepara a una conquista militare dell’intera Striscia (operazione “Carri di Gedeone”) e, come conferma un funzionario, a rimanervi indefinitamente. L’offensiva è stata preannunciata mentre i caccia israeliani rispondevano anche a razzi provenienti dallo Yemen: lo stesso governo di Tel Aviv ha ammesso di avere colpito il porto di al-Hodeida con 50 bombe, con il supporto degli Stati Uniti.
Le testimonianze dirette parlano di uno scenario «da campo di sterminio»: come racconta la relatrice ONU Francesca Albanese, Gaza è «un posto assolutamente chiuso, distrutto tutto, bombardati i campi dei rifugiati e bruciate vive persone, adulti e bambini». Gli ospedali sono ormai colmi di corpi “spappolati” di bambini.
In poco più di 7 mesi di conflitto (dal 7 ottobre 2023), oltre 52.000 palestinesi risultano uccisi, più della metà sotto i diciotto anni. Albanese parla di «era del mondo senza civili», dove Tel Aviv ha scritto «una delle pagine più devastanti della storia moderna»: quella che descrive la distruzione sistematica del tessuto umano e materiale di Gaza. Per questo, già molti esperti internazionali e attivisti parlano apertamente di genocidio.
Nel frattempo i principali attori internazionali restano passivi o contraddittori. Gli Stati Uniti, che continuano a inviare armi e a finanziare l’azione militare di Israele, hanno sostenuto le operazioni fin dal raid su Hodeida, confermando implicitamente il coinvolgimento americano. L’esercito israeliano non ha iniziato l’invasione finché non si è concluso il viaggio del presidente Trump nei paesi del Golfo (metà maggio), sperando in un ultimatum comune ad Hamas.
L’Unione Europea e l’Occidente istituzionale mantengono un profilo basso: in aula ONU gli Stati occidentali hanno perfino bloccato le risoluzioni più miti di tregua, e a maggio 2024 Francia e Cina hanno veto-bloccato altre bozze di cessate-il-fuoco. Lo sguardo di Bruxelles si è limitato a qualche generico appello alla moderazione: del resto, come denuncia Albanese, «l’Europa resta zitta perché è coinvolta, e lo è anche il nostro Paese». Gli interessi economici e gli affari militari parlano chiaro: molti governi occidentali dipendono da accordi commerciali e vendite di armi a Tel Aviv, e rischiano di incrinare relazioni strategiche con stati arabi che ora guardano con sospetto all’uso brutale della forza.
Sul fronte regionale, Egitto e Qatar hanno cercato di mediare una tregua, ma Israele finora ha rifiutato ogni impegno concreto. Il Cairo ha proposto accordi in cui Hamas libererebbe ostaggi in cambio di crolli progressivi del blocco, addirittura offrendo una timeline per un ritiro completo delle truppe israeliane – con garanzie americane a sigillo. Il Qatar, intanto, parla di «progressi» nei negoziati di pace e ha ospitato colloqui con il Mossad, mentre la Turchia di Ankara afferma che Hamas sarebbe pronto a firmare un accordo «che vada oltre un cessate il fuoco» e rilanci la soluzione dei due Stati.
L’Iran, alleato dei gruppi di resistenza in Medio Oriente, ha inviato segnali contrastanti: ha ospitato firme di patrocini arabo-israeliani e si è cautamente astenuto nel consesso Onu, mentre continua il sostegno materiale ai gruppi armati. Anche la Cina si schiera in difesa di Israele: Pechino – insieme alla Russia – ha posto il veto ad ogni proposta di tregua a Gaza avanzata dal Consiglio di Sicurezza, disertando quasi del tutto la condanna dell’assedio e dell’uso sproporzionato della forza.
La mancanza di una reazione forte delle istituzioni nazionali è sotto gli occhi di molti attivisti. In Italia, l’unico vero dibattito politico significativo è venuto dalle opposizioni di sinistra e dai movimenti pacifisti: perfino il PD, con l’eurodeputata Lia Quartapelle e il segretario dem Provenzano, ha criticato duramente il governo per non aver preso posizione. «Il silenzio del nostro governo macchia anche l’onore dell’Italia», ha tuonato Provenzano, invitando l’Esecutivo a proposte chiare: sanzionare Netanyahu, riconoscere lo Stato di Palestina, bloccare le esportazioni di armi verso Israele e sospendere gli accordi bilaterali per manifesta violazione del diritto internazionale.
La richiesta è legittima, ma – finora – la maggioranza non ha ascoltato. L’Italia non ha aderito alla richiesta di sanzioni ONU né si è unita alle nazioni che hanno riconosciuto lo stato palestinese. Al contrario, il nostro governo ha affermato di sostenere il «diritto alla difesa di Israele» e ha continuato a fornire supporto militare – confermando i sospetti di complicità denunciati da Albanese, la quale sostiene che «il nostro Paese è coinvolto» in questo massacro.
Sulla scena internazionale, Roma si è limitata a timide parole di condanna non accompagnate da azioni concrete. Neppure le istituzioni europee – il Parlamento, la Commissione o l’Alto Rappresentante Ue – hanno osato prendere iniziative vincolanti. L’Unione ha promesso aiuti umanitari (alcune centinaia di milioni di euro) ma la sua voce politica è rimasta fioca. In definitiva, l’Italia appare quasi estranea alla guerra: preoccupa più della sorte dei propri interessi geopolitici (e dei contratti d’export) che non della vita degli innocenti. Questa irrilevanza diplomatica si sposa paradossalmente con una propaganda di neutralità: ma i fatti sulle macerie di Gaza gridano al contrario.
Il deserto di Hamas non può essere l’unica notizia. Dalla striscia di Gaza cresce un appello alla giustizia globale: sono convinti che ogni latitudine abbia una responsabilità verso i civili sotto i bombardamenti. Se «un giorno ci sarà una Norimberga per Gaza», come dice la relatrice ONU, Francesca Albanese, allora l’Italia e l’Europa dovranno spiegare ai propri figli perché si sono astenuti dall’agire quando ne avevano il potere. Ogni cittadino, ogni parlamentare onesto, e ogni paese che dice di tenere ai diritti umani deve interrogarsi: che cosa stiamo facendo per fermare questo massacro? La memoria storica insegna che il silenzio e l’inerzia alimentano il crimine. È ora di rompere quest’inaccettabile complicità.
Il genocidio che Israele sta compiendo nei confronti di Gaza non è un evento isolato, ma il culmine di anni di occupazione e neocolonialismo: i governi di tutto il mondo, l’Unione Europea e le istituzioni internazionali non possono più lavarsene le mani. Lo chiedono a gran voce gli abitanti di Gaza, gli ospedali fatiscenti, i tanti leader arabi che parlano di «genocidio» e il senso comune di milioni di persone: basta armi, basta indifferenza, riconoscimento dei diritti dei palestinesi.
A Palazzo Santa Lucia è stata presentata la 64esima edizione del Giro di Campania, alla presenza dell’Assessora allo Sport...
La Costiera Amalfitana brucia ormai da giorni. Tra la devastazione e le fiamme alimentate dai forti venti, si lavora incessan...
Il 16 settembre 2026 sono stati ultimati i lavori riguardo il restauro dell’edicola votiva di San Gennaro, situata in piazz...
Come ogni mese torna la nostra rubrica culturale “Leggere che passione”, ecco i due libri consigliati ai nostri lettori. ...