
L’argomentare sullo slang napoletano usato dall’artista Geolier per il suo testo al festival di Sanremo ha scatenato non poche polemiche sui social. Un ragazzo di Secondigliano, quartiere dell’area settentrionale di Napoli, vissuto da una parte del popolo napoletano come colui che racconta il contesto nel quale vive.
Uno studio dell’Università di Grenoble-Alpes in Francia suggerisce che il linguaggio si è evoluto nei nostri primi antenati simili a scimmie. Il Prof De Mauro, nella sua Storia linguistica, ci dice che le evoluzioni linguistiche sono dettate dalle trasformazioni sociali. Un artista può uscire dagli schemi? Il Prof. Ciro Pizzo, sociologo e ricercatore presso l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa, fornisce un suo parere proprio sulla scelta dell‘artista di utilizzare una scrittura più vicina al target di ascolto prescelto.
‹‹A mio avviso sì. Se pensiamo al napoletano classico, che in genere ha come riferimento Salvatore Di Giacomo, anch’esso è stato accusato di essere molto lontano dal napoletano popolare, al tempo. Rappresentava infatti il napoletano della borghesia e non del popolo, andando verso una canonizzazione della lingua e della grammatica, con la sua sintassi e i suoi autori di riferimento. Questa è la scelta più ovvia quando si vuole trasformare una lingua da espressione della vita quotidiana a strumento stabile di comunicazione più universale, al pari di quando è stato scelto l’italiano e canonizzato il fiorentino. Quando si costruisce una lingua canonica ufficiale, diventa anche una sorta di lingua letteraria, aulica, forse, sicuramente formale, ma il popolo continua ad usarla e mischiarla con gli elementi della lingua quotidiana, magari non riconosciuti nel campo della lingua ufficiale. La lingua è il prodotto e l’espressione delle esperienze affettive, attraverso di essa esprimiamo appunto linguisticamente ciò che sentiamo e magari pieghiamo la lingua a quello che sentiamo. Abbiamo come un bagaglio di suoni, segni, operatori di connessione logica, ecc. Non mi riferisco, infatti, solo ai termini ma anche alla struttura ed alla forma che sono poi gli strumenti che si trasformano negli apparati di controllo e mantenimento del canone. Se quindi non ci riconosciamo nella forma canonizzata del napoletano si comprende come ci sia una insofferenza che fa tutt’uno con il non riconoscersi nel mondo che trova espressione proprio in quella lingua››.
‹‹La questione è nel testo scritto, poiché nel caso specifico si tratta di una trascrizione del parlato. La critica è nata, credo, proprio dal fatto di non avere scritto il testo nel napoletano canonico. Dobbiamo tener presente però che ciò sta avvenendo un po’ nella modificazione di tutte le lingue. Il francese dei libri di testo di trenta anni fa, per esempio, non corrisponde al francese nelle sue forme strutturali come viene presentato oggi nelle grammatiche.
Lo stesso sta avvenendo anche con l’italiano, poiché il continuo utilizzo dei social sta eliminando il ricorso agli articoli e di tanti elementi che non sono puramente di scrittura. Si va sempre verso una semplificazione e in questo caso è stata una scelta radicale ma anche, a mio avviso, di fatto, una scelta quasi obbligata. Non esprimo e non posso esprimere con quella lingua ciò che dicono e nel modo in cui lo direbbero tutti quelli che non hanno gli strumenti culturali tipici delle persone colte e che dovrebbero avere, per quelli che possiamo chiamare i tradizionalisti, chi parla e vuol parlare il napoletano. D’altronde la maggior parte della popolazione napoletana non sa scrivere il napoletano proprio per la sua grammatica complicata e la distanza fra la forma scritta e la firma parlata, nella maggior parte dei casi››.
‹‹Geolier è seguito da coloro che si riconoscono proprio in quel tipo di linguaggio, credo.
Il problema è che ciascuno dei gruppi linguistici e di espressione linguistica dell’essere napoletano pretende di essere l’unica espressione legittima del napoletano stesso, non solo inteso in termini di lingua. In effetti ciascuno di noi si appropria degli strumenti linguistici che riesce ad avere e con cui riesce a familiarizzare nella sua vita e li mischia per esprimere quello che sente, se altri si riconoscono diventa una rappresentazione di un gruppo più ampio. Se invece si parlasse un unico napoletano che solo può essere espressione della napoletanità, vorrebbe significare una forzatura della lingua.
La lingua è viva ed in continuo mutamento e non può essere chiusa in regole che decidono sempre e comunque il come deve funzionare. Ognuno di noi adatta e piega le lingue che frequenta ed utilizza per esprimere ciò che pensa e tutte le lingue canonizzate possono essere viste come una lingua coloniale, nel senso di unica lingua formale capace di esprimere veramente ciò che sentono queste persone. Non c’è un’uniformità culturale del napoletano che troverebbe espressione in un’unica forma di napoletano aulico.
Di Giacomo è espressione di un periodo e di un mondo che è andato avanti che poi si è dovuto confrontare con il napoletano di Viviani, di Eduardo, fino ai neo-melodici.
Ogni mondo ha quindi prodotto strumenti o suoni della cultura napoletana, ha tradotto il napoletano in suoni e segni specifici, simili ma a volte anche molto dissimili, ora la scelta radicale sta nella restituzione dello scritto. La lingua scritta è quella che più fornisce immagine di stabilità e immutabilità, lo scritto è spesso supporto alla canonizzazione, alla consacrazione. Ora, Se quella forma di napoletano è il modo con cui ci si sente di rappresentare la napoletanità che si vuole incarnare, e in tanti vi si riconoscono, bisogna accettarlo››.
‹‹La lingua è in continuo mutamento, è sempre viva, ripeto. Pensare di utilizzare una lingua supponendo di essere l’unico depositario della sua conoscenza rischia di farci cadere in un accademismo. La Crusca, d’altronde, modifica continuamente il dizionario proprio per questa caratteristica della lingua. Accoglie quanto la lingua viva produce.
Un esempio possono essere i diari scritti dai soldati durante il primo conflitto mondiale, come ″Terra matta” di Vincenzo Rabito, scritti in un italiano totalmente stravolto, ma è il loro italiano, di quanti si trovano immersi in una lingua che non è la loro e sono costretti a impararlo, una lingua che è di fatto un miscuglio della loro lingua madre con quello che loro hanno afferrato della lingua italiana. Scrivono quindi ai loro familiari con quella scrittura anche perché, se avessero utilizzato un italiano aulico, non sarebbero mai stati capiti. Anche qui erano soggetti non alfabetizzati in contatto con una lingua nazionale che utilizzavo come potevano riportandola però ai loro codici linguistici. Per non parlare della famosa lettera dei fratelli Capone, altro celebre esempio di miscuglio di termini e di grammatiche››.
Forse, maggiormente oggi rispetto al passato quel palazzo “microcrosmo”, quella verità linguistica specifica di alcune zone di Napoli, ci aiuta a comprendere l’uso della lingua dell’artista napoletano dove lo slang diventa identità sociale e culturale.
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