
È passato da qualche giorno il 29 giugno e con esso il 225° anniversario della nascita a Recanati, nelle Marche, di Giacomo Leopardi. Esponente del Romanticismo italiano, conosciuto in tutto il mondo, e autore dei più grandi capolavori della letteratura dell’Ottocento, il poeta Leopardi ebbe un rapporto particolare con Napoli dove soggiornò scrivendo alcune delle più importanti opere: Il tramonto della luna, La ginestra e I Paralipomeni dando successivamente alle stampe, presso l’editore Starita a Materdei, le edizioni riviste e accresciute dei Canti e delle Operette morali, sequestrate poi dalle autorità borboniche.
Giacomo Leopardi si trasferì a Napoli nel 1833 invitato da Antonio Ranieri, l’esule antiborbonico , conosciuto precedentemente a Bologna e con il quale strinse un rapporto d’amicizia molto forte. Napoli era una città molto popolosa, al pari delle grandi capitali europee, sede di vivaci salotti culturali. Il clima mite e la risaputa accoglienza dei suoi cittadini lo convinsero ad accettare l’invito dell’amico Ranieri. Ma in alcune lettere scritte durante il soggiorno partenopeo, egli confida di sentirsi “di passaggio”, e di avere la sensazione di non essere ben accolto dai napoletani. Si pensava guardato con diffidenza, probabilmente a causa della postura: dall’età di 16 anni era affetto da una dolorosa cifosi dorsale.
Nella città partenopea Giacomo Leopardi soggiornò dapprima ai Quartieri Spagnoli, a Palazzo Berio, in via San Mattia 88, alle spalle della Funicolare Centrale di piazzetta Duca D’Aosta – che al tempo non esisteva – e successivamente a Palazzo Cammarota, in via Santa Maria Ognibene. Qualche anno dopo traslocò a Capodimonte, nel Palazzo Jasillo-Giura, in vico Pero 2. Le sue condizioni di salute non erano eccellenti e nel frattempo a Napoli era arrivato il colera. Soggiornò per un breve periodo a Torre del Greco (aprile – giugno 1836) per godere dell’aria buona e per guarire dall’idropisia, di cui soffriva, e per sfuggire al colera. Nella località vesuviana fu ospite di Villa Ferrigni, di proprietà del cognato di Antonio Ranieri. Qui scrisse “La Ginestra”, la famosissima lirica pubblicata postuma nel 1845 e che dà il nome di “Villa delle Ginestre” alla casa dove abitava.
Nella campagna vesuviana Leopardi soffriva il freddo e non gli era possibile accedere facilmente alle cure mediche di cui necessitava a causa della sua salute cagionevole. Nel febbraio del 1837 ritornò a vivere a Capodimonte dove morì il 14 giugno – all’età di 39 anni – a causa di una pericardite acuta. Leopardi si spense tra le braccia dell’amico Antonio Ranieri: erano circa le 21 e il poeta confidò: “Addio, Totonno, non veggo più luce”. Fu proprio questi ad evitare che i resti del poeta fossero gettati in una fossa comune, procedura richiesta a causa dell’epidemia di colera in corso. Dapprima sepolto nella chiesa di San Vitale Martire, oggi del Buon pastore, fu successivamente traslato nel Parco Vergiliano di Piedigrotta.
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