
Il giornalismo americano, per decenni fonte d’ispirazione per quotidiani e periodici europei, non è più quello di un tempo. Tra la crisi della carta stampata, concentrazione editoriale e nuovi proprietari con interessi extra-media, la stampa negli Stati Uniti vive una fase di emergenza. Ne abbiamo parlato con Giampaolo Pioli, direttore responsabile de La Voce di New York, quotidiano online bilingue fondato nel 2013, che ci ha raccontato il peso crescente degli investitori sulle linee editoriali, la tenuta della stampa locale e il ruolo del digitale. Sullo sfondo l’America del secondo mandato Trump, la guerra con l’Iran, le prossime midterm e lo sguardo degli USA sull’Italia guidata da Giorgia Meloni.
«Credo che al momento sia messo peggio di quello italiano, almeno per quanto riguarda la carta stampata. Purtroppo, negli Stati Uniti le leggi di mercato comportano delle regole ferree: se un giornale non fa profitto chiude. Sta però reggendo bene la stampa locale. Ci sono grosse catene editoriali, come la Gannett Co., che posseggono centinaia di testate, la maggior parte delle quali si sta convertendo sul digitale per via dei costi di stampa. Queste redazioni danno un po’ di speranza al giornalismo americano. Il cartaceo è dunque profondamente in crisi e, in generale, il giornalismo è in emergenza: l’editore puro non guadagna abbastanza per mantenere la struttura editoriale e quindi è costretto ad associarsi ad investitori, i quali possono imporre dei limiti».
«L’indipendenza, se non fa profitto, va in crisi. Ciò comporta il taglio dei giornalisti, dei fotografi, dei videoreporter, soprattutto oggi che la struttura editoriale è sempre più multimediale. Spesso, poi, per gli editori la stampa non riveste l’interesse primario: un esempio è proprio quello del Washington Post acquistato da Jeff Bezos. A proposito di questo, la grande amarezza dei giornalisti americani è che a volte il cambio di proprietà determina un cambio di linea editoriale.
L’unico “non in vendita” è il New York Times, unica realtà internazionale a fare buoni profitti sia con il cartaceo che sul web e ad offrire un prodotto con una reputazione solida e garantita. Tuttavia, al tempo del Watergate c’erano giornali di più alto livello professionale e deontologico, ma soprattutto una politica che rispettava la Costituzione. Oggi il secondo mandato Trump sta demolendo atti costituzionali ben definiti. I politici offrono vantaggi agli editori: Microsoft, Google, Starlink, per esempio, si organizzano per controllare i giornali che possiedono».
«È un tema totalmente inesplorato per gli americani perché prima tutti i giornalisti si sentivano indipendenti in qualsiasi organo di informazione. Adesso, invece, i giornali non sono più il core business di un editore: la stampa diventa un mezzo per controllare che non si parli degli altri profitti più significativi. Riportare i fatti senza condizionamenti, essere indipendenti: questi devono essere gli obiettivi e le funzioni della stampa. L’invito che rivolgo ai giovani giornalisti è di lavorare con la schiena dritta. Qui molte figure hanno lasciato posti di rilievo per mettersi in proprio come indipendenti».
«Negli anni Dieci del Duemila si era passati da un’America che con George Bush pensava “o con me o contro di me” nei confronti dell’Iraq ad un’altra in cui Obama tentò di capire se il Medio Oriente fosse un focolaio risolvibile, anche se sia Obama che Hillary Clinton avevano considerato Bashar al-Assad in Siria uno dei presidenti più illuminati dell’area. Il ruolo degli Stati Uniti ha subìto una metamorfosi quando la Russia venne espulsa dal G8 dopo l’invasione della Crimea, con l’allontanamento di Putin. L’America era considerata il faro della Nato e i malumori per i contributi ridotti che i paesi europei versavano all’organizzazione li aveva manifestati anche Obama.
Trump ha rafforzato questa posizione, ma sta isolando il Paese. Gli Stati Uniti stanno vivendo un periodo di declino che, attraverso la realtà alternativa di Trump, è invece un trionfo. Secondo lui l’America non è mai stata così forte, potente, mentre la realtà dei fatti è che la borsa sta perdendo, i salari non crescono, gli affitti aumentano. Gli americani hanno iniziato a dubitare delle verità del presidente e alla non prevedibilità delle sue affermazioni come leader supremo superiore. Tutto ciò sta creando sospetto tra i cittadini».
«Le elezioni di midterm possono ribilanciare i rapporti di forza. Il 70% degli americani è contro la guerra in Iran, se era impopolare per il 99% dei democratici adesso lo sta diventando anche per il 50% dei repubblicani. Anche all’interno dell’amministrazione ci sono dei dissapori sulla sua continuazione. Ma i margini di imprevedibilità sono ampi: mi auguro solo che si vada al voto e che Trump non dica che siamo ancora in guerra. Anche se perdesse Camera e Senato non è scontato che un colpo di reni possa rilanciarlo alle prossime elezioni. Non lui, ovviamente, ma un candidato repubblicano con altro background. In questo momento i democratici sono divisi sulle candidature, sono compattati dalla guerra ma sono stati coinvolti in alcuni scandali sessuali in California. Sicuramente il partito di Trump non è il favorito».
«In generale l’Italia negli Stati Uniti è percepita in maniera stupenda. È una meta di livello dal punto di vista turistico e di qualità della vita. Politicamente, Giorgia Meloni ha fatto un buon lavoro in questa sua amicizia con Trump, che però adesso rischia di provocare un effetto boomerang. Con la sconfitta di Orban in Ungheria e con la guerra in Iran, la premier italiana potrebbe scoprire all’improvviso che le sue scelte non sono più così efficaci».
«Sono rimasto meravigliato dopo le elezioni per il Referendum sulla giustizia. Non pensavo che ci fosse un’affluenza così alta: con la vittoria del no le crepe all’interno del governo Meloni sono venute fuori. Questo, insieme al tracollo di Orban e alla guerra in Iran, ripeto, potrebbe causare qualche problema alla premier. Di sicuro, l’Italia rimane un paese conservatore. Credo però che la premier abbia dato un segno: l’immagine di una giovane donna alla guida di un paese importante come l’Italia. Sulle prossime politiche molto dipenderà da quello che riuscirà a dimostrare in questi mesi, ma il referendum l’ha sicuramente messa su una strada in salita».
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