
La Conferenza Episcopale Italiana, presieduta dal cardinale Matteo Zuppi, ha emanato nei giorni scorsi il nuovo documento che regola la formazione dei giovani al sacerdozio, dal titolo “La formazione dei presbiteri nelle Chiese in Italia. Orientamenti e norme per i seminari”. Dopo essere stato votato a larga maggioranza dai vescovi italiani riuniti ad Assisi nel mese di novembre 2023, il documento è stato approvato dalla Santa Sede, ed ha valore per tre anni. E, nonostante la stampa italiana abbia intravisto in esso una possibilità per i gay di accedere al seminario, il quotidiano Avvenire si è affrettato a ribadire che «su gay e sacerdozio le regole non sono affatto cambiate». Come stanno realmente le cose?
Il documento, al numero 54, recita così: «In relazione alle persone con tendenze omosessuali che si accostano ai Seminari, o che scoprono nel corso della formazione tale situazione, in coerenza con il proprio
Magistero, la Chiesa, pur rispettando profondamente le persone in questione, non può
ammettere al Seminario e agli Ordini sacri coloro che praticano l’omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay. Le suddette persone si trovano, infatti, in una situazione che ostacola gravemente un corretto relazionarsi con uomini e donne». La Ratio della CEI richiama il documento della Congregazione per il Clero “Il dono della vocazione presbiterale” che, in quanto a magistero cattolico sull’omosessualità, non si discosta dalla dottrina tradizionale.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica, che è una sorta di Magna Charta dell’insegnamento della Chiesa, afferma che «gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati» e che «le persone omosessuali sono chiamate alla castità». Ma chi sceglie di diventare prete, insieme alla promessa di obbedienza al vescovo, è chiamato alla promessa di celibato che, intrinsecamente, richiama all’impegno della castità. La Chiesa non contempla atti sessuali fuori del matrimonio.
La ratio per la formazione dei nuovi preti della CEI, dopo aver riaffermato che non è possibile ammettere al seminario un giovane gay, continua: «Nel processo formativo, quando si fa riferimento a tendenze omosessuali, è anche opportuno non ridurre il discernimento solo a tale aspetto, ma, così come per ogni candidato, coglierne il significato nel quadro globale della personalità del giovane, affinché, conoscendosi e integrando gli obiettivi propri della vocazione umana e presbiterale, giunga a un’armonia generale. L’obiettivo della formazione del candidato al sacerdozio nell’ambito affettivo-sessuale è la capacità di accogliere come dono, di scegliere liberamente e vivere responsabilmente la castità nel celibato». Dunque i vescovi italiani, pur cautamente, invitano a non fermarsi all’aspetto sessuale ma a considerare la capacità di integrare questo aspetto nella totalità della propria persona. È un’apertura?
Ma, di fronte all’esultanza della stampa italiana che considera il documento come un “liberi tutti”, Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani, mette le mani avanti. “Su gay e sacerdozio le regole non sono affatto cambiate” è il titolo dell’articolo a firma di Enrico Lenzi che intervista il vescovo di Fiesole, Stefano Manetti, presidente della Commissione episcopale per il clero e la vita consacrata: «significa mettere al centro la persona al di là di immediate categorizzazioni per poterla accompagnare nel fare verità sul proprio orientamento sessuale». Dunque una «piena consapevolezza di sé anche nell’ambito affettivo-sessuale». Una attenzione che i formatori sono chiamati ad avere nei confronti di tutti i candidati al sacerdozio, quindi anche per gli eterosessuali. In merito ad una possibile apertura, il vescovo ribadisce: «Non è una lettura corretta – spiega Manetti – perché il paragrafo sin dall’inizio ribadisce le norme del magistero».
Ma la presa di posizione di Avvenire sembra andare in contrasto con le aperture, a vole caute, a volte più coraggiose, di papa Francesco sui gay. Dal «Chi sono io per giudicare?» ne è passata di acqua sotto i ponti, con interventi a gamba tesa del Pontefice, a volte corretti corretti dalle strutture curiali. Dal “si” alle benedizioni ai gay, alla possibilità per i trans di fare da padrino a madrina nell’amministrazione dei sacramenti papa Francesco tenta di “umanizzare” la Chiesa, di avvicinare il messaggio evangelico alla condizione di ogni uomo e donna che vive il quotidiano. L’impresa è ardua, ma la strada sembra ormai tracciata se anche il cardinale di Napoli, Domenico Battaglia, nel Te Deum di fine anno, ha invitato sull’altare l’associazione IKen che si occupa di diritti delle persone LGBT.
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