
Lo scorso 3 luglio un gruppo di detenuti dell’articolazione psichiatrica del carcere di Secondigliano ha trascorso una giornata in libertà. Ai detenuti è stata data la possibilità di godere di una mattinata di mare e, successivamente, di un pranzo in compagnia.
Affiancati dal Garante campano delle persone private della libertà Samuele Ciambriello, da operatori penitenziari, volontari e dal personale sanitario e psichiatrico che li segue quotidianamente, i detenuti hanno avuto l’opportunità di assaporare nuovamente la libertà, anche solo per un giorno. Il Garante Ciambriello ha ringraziato i magistrati di sorveglianza per aver autorizzato la gita al mare: «Ai detenuti non va tolta l’aria. Bisogna invece offrire una possibilità che unisca dignità, inclusione, relazioni umane e affettive. Occasioni come questa aiutano a fare memoria, a ricostruire valori e a coltivare la speranza di un reinserimento sociale, in un contesto dove, purtroppo, la società resta spesso indifferente al mondo del carcere».
Oltre alla culla del mare, la Costiera Amalfitana ha regalato ai detenuti il sapore della nostrana arte culinaria. Hanno assaporato antipasti di mare, scialatielli alla siciliana, frittura di pesce, gelato e torta caprese. Un ulteriore dettaglio ha reso ancor più significativa l’uscita: il compleanno di un giovane detenuto, Gennaro. Da sottolineare anche le dichiarazioni di altri detnuti, come Latif, che ha dichiarato: «Sono emozionato, è la prima volta che rivedo il mare dopo dieci anni. È come respirare di nuovo. Non si tratta solo di libertà fisica, ma anche mentale, umana». O ancora, Salvatore: «Non vedevo il mare da otto anni. È stato bellissimo, un’esperienza che mi ha toccato profondamente». Determinante è stato il contributo dell’Associazione “La Mansarda”, grazie all’impegno costante delle volontarie Marika M., Candida N. e Annunziata A., che da oltre un decennio operano con dedizione all’interno dell’area psichiatrica del carcere di Secondigliano.
Ricordare che dietro le sbarre ci siano degli esseri umani è sicuramente difficile, anche per i più pacifici. Spesso attribuiamo un carattere di bestialità ai criminali perché concepirli come non-umani ci permette di condannarli più facilmente. È difficile distaccarsi da questo approccio, soprattutto se ognuno di noi cerca di identificarsi nelle vittime o nelle famiglie delle vittime. È semplicemente umano provare rancore e senso di vendetta e sarebbe ipocrita pretendere un cieco pacifismo, tantomeno un giustificazionismo di atti criminali. Trovare un punto di incontro tra la rabbia e l’empatia, tuttavia, è necessario, al fine di arginare il rischio di intendere il carcere come una gabbia punitiva. Questa impresa diviene più complicata quando i criminali in questione appaiono freddi e crudeli. Due esempi paradigmatici e recenti sono Impagnatiello e Turetta, che hanno comprensibilmente scosso tutti e scatenato dei forti sentimenti di odio brutale. E, allora, come si può affrontare il dilemma?
Innanzitutto, è fondamentale ricordare la natura educativa della detenzione. Certo, che tutti i detenuti possano essere rieducati e reintegrati potrebbe essere un’utopia, ma uno stato che spera di definirsi civile non può arrendersi dinanzi alle complessità etiche e, anzi, ha il dovere morale perlomeno di invitare a un dialogo con ciò che più ci fa ribrezzo della natura umana. Il fatto che la questione sia spinosa non implica che sia giusto abbandonarsi alla violenza. Fare lo sforzo cognitivo ed emotivo di tentare di comprendere il detenuto, almeno ove si evidenzia un pentimento, è un gesto che varrebbe la pena tentare. E, forse, iniziative come questa possono essere il giusto punto di partenza.
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