
Immortalare la storia nel momento in cui avviene: è questo l’obiettivo della storicizzazione dell’arte contemporanea. Un percorso che agisce sulla memoria collettiva e sul nostro patrimonio immateriale, un compito arduo nelle mani dei curatori d’arte più innovativi del Paese, tra i quali c’è d’obbligo Maria Savarese. Con una profonda esperienza nelle curatele artistiche (non solo legate alle figurative), la dott.ssa Savarese ha deciso di focalizzare la sua attenzione nel costruire la storia dei grandi artisti viventi che stanno raccontando l’epoca che viviamo.
Tra questi impera il nome di Mimmo Paladino, artista di rilievo internazionale ed esponente di spicco dell’ultima corrente artistica made in Italy che ha rappresentato un punto di svolta nel mondo dell’arte, ovvero la Transavanguardia. Così, all’Other Size Gallery di Milano, la Savarese ha sperimentato una nuova collaborazione con Pasquale Palmieri, abilissimo fotografo che ha seguito il lavoro di Paladino negli anni dell’esplosione del suo estro creativo.
La mostra è stata accolta con enorme favore dal pubblico lombardo e dallo stesso Paladino, presente e grato per il minuzioso lavoro svolto. Dopo la collaborazione a Villa Campolieto sul cinema di Paladino, Maria Savarese e Pasquale Palmieri hanno messo un nuovo tassello sul processo di storicizzazione di uno dei pilastri dell’arte contemporanea internazionale. Abbiamo intervistato la curatrice per comprendere meglio il modus operandi alla base delle scelte.


Qual è il tuo rapporto con l’arte di Mimmo Paladino?
«Mimmo Paladino è storia, quindi è come conoscere la storia dell’arte che ha reso grande l’Italia. Se ti approcci al contemporaneo, tra le prime cose che studi c’è l’arte concettuale, l’arte povera e ovviamente la transavanguardia di Paladino. Ho conosciuto l’arte di Paladino da sempre, dai miei studi universitari e dal mio amore per l’arte contemporanea. Poi ho avuto la fortuna, l’onore e il piacere di conoscerlo anche di persona grazie a Cesare Accetta, direttore della fotografia di tutti i suoi film. E poi l’ho ritrovato in questo mio lavoro sugli archivi dei fotografi, insieme a Pasquale Palmieri».
Qual è l’obiettivo del tuo lavoro sugli archivi?
«Grazie agli archivi fotografici possiamo storicizzare il contemporaneo. Ho lavorato su molteplici archivi: da quello di Gianni Fiorito con il cinema Campano, in particolare Paolo Sorrentino, al fotoreportage di Mario Laporta, passando per Cesare Accetta col teatro di ricerca. Un percorso lungo che mi ha portato all’incontro con Pasquale Palmieri, che ha storicizzato tutto il lavoro di Paladino. Ci siamo ritrovati sia nella prima mostra che ho curato a Villa Campolieto tre anni fa sia adesso alla Other Size Gallery, con la mostra sul cinema di Paladino, dove abbiamo avuto anche la felicità di averlo avuto con noi alla mostra. Tra queste fotografie inedite rientra anche la copertina selezionata da Informare, che Pasquale ha tirato fuori per la prima volta».
Come hai approcciato a questo lavoro su Paladino?
«La metodologia di lavoro negli archivi di fotografi è sempre la stessa: capire qual è il contenuto dell’archivio, qual è la specificità di quel lavoro fotografico. Nel caso di Pasquale è un archivio enorme, ha i lavori di Mimmo da quando ha iniziato a lavorare alla metà degli anni ‘80. Quindi il mio approccio è sempre uguale, cioè parlare con il fotografo, capire il contenuto del suo archivio, studiarlo insieme e poi di lì inizia questa selezione infinita di fotografie. È essenziale creare un fil rouge tra tutti i lavori, come una narrazione che dovrà essere capace di accompagnare il fruitore lungo il percorso».
Quali sono le foto che più ti hanno emozionato tra quelle di Palmieri?
«Nella nostra prima mostra a Villa Campolieto, e che rientrava nel Campania Teatro Festival, vi erano solo foto di scena, tutte grandi foto a colori, ma foto fondamentalmente tratte dai film di Paladino. Quello che abbiamo tirato fuori, che lui ha tirato fuori per la prima volta a Milano, è proprio uno studio su Mimmo Paladino, ovvero sulla visione artistica e umana di Paladino e non soltanto sull’opera che realizza. La fotografia di Palmieri ha investigato sul suo modo di lavorare, su lui, lui nel suo studio, lui negli spazi esterni, lui mentre allestisce. La copertina di Informare, del resto, lo racconterà molto bene, è proprio Mimmo al lavoro negli anni in cui esplodeva appunto la transavanguardia che avrebbe infiammato il suo lavoro».


Qual è l’importanza e la rilevanza pubblica di storicizzare il contemporaneo?
«Per me è fondamentale. Storicizzare il contemporaneo significa avere l’opportunità di raccontarlo mentre si compie e ciò è una grande opportunità. Questo tipo di lavoro è permesso proprio dagli archivi del contemporaneo, può essere un archivio fotografico, di teatro oppure cinematografico. La bellezza e l’importanza è che tu capisca che si sta compiendo qualcosa di importante che resterà nella memoria sempre nell’atto stesso in cui si compie. Non è una cosa a posteriori, ma succede mentre si realizza».
Hai reso perfettamente l’idea…
«Per il curatore è un privilegio: raccontare la storia mentre la storia si compie».
Secondo te perché l’arte di Paladino è riuscita a catturare la realtà dell’epoca in cui viviamo?
«Penso che l’arte di Paladino, così come parte del contemporaneo, parta proprio dall’antico, dall’arcaico e dall’archetipo, riuscendo a proporre una visione colta del presente di senso e proiettare l’antico nel futuro, contemporaneizzandolo. È importante contemporaneizzare l’antico, pensa anche all’arte di Sergio Fermariello: questi artisti sono riusciti ad avere una visione verso il futuro che parte dall’antico, un po’ quello che ti diceva anche lui nel suo messaggio quando ha detto che ci sono tanti giovani artisti vecchi. È così, ci sono degli artisti che ancora oggi sono giovani perché riescono ad avere sempre stimoli, sono proiettati verso il futuro senza perdere l’aggancio con il mito, la storia, l’arcaico».
All’interno dei tuoi progetti che rilevanza assume la territorialità?
«Ne sono molto legata, mi sforzo a guardare anche fuori dal patrimonio immateriale del nostro territorio ma alla fine il legame prende il sopravvento. Io viaggio molto, ma noi campani abbiamo delle espressioni artistiche che sono la punta di diamante del nostro Paese. Abbiamo artisti straordinari, ma subiscono la difficoltà di uscire dai confini napoletani. Quindi quando ho l’occasione ho sempre portato con me tutti gli artisti campani, non solo nelle arti visive ma anche attraverso l’organizzazione di talk, come quello da poco concluso con Lello Arena e Peppe Lanzetta».
Ph. Pasquale Palmieri
A Palazzo Santa Lucia è stata presentata la 64esima edizione del Giro di Campania, alla presenza dell’Assessora allo Sport...
La Costiera Amalfitana brucia ormai da giorni. Tra la devastazione e le fiamme alimentate dai forti venti, si lavora incessan...
Il 16 settembre 2026 sono stati ultimati i lavori riguardo il restauro dell’edicola votiva di San Gennaro, situata in piazz...
Come ogni mese torna la nostra rubrica culturale “Leggere che passione”, ecco i due libri consigliati ai nostri lettori. ...