
Il calcio è lo sport più famoso e mainstream in Italia e in quanto tale è seguito da decine di milioni di persone da casa e negli stadi. Nel nostro paese, diversamente da altri, lo stadio non è più un luogo dove essere riuniti a celebrare l’amore comune verso il gioco del pallone ma è diventato simbolo di violenza e barbarie. Ormai negli stadi non c’è legge.
Negli ultimi anni si sono sempre più diffusi episodi di violenza fisica e verbale e di razzismo verso i giocatori e verso le tifoserie avversarie. È diventato uso comune utilizzare insulti negli stadi perché tutto è concesso, perché bisogna innervosire gli avversari, perché il fair play è cosa per deboli. Lo stadio è diventato un luogo scudo per sfogare tutta la propria rabbia: la rabbia e l’odio del nord verso il sud, la rabbia e l’odio delle persone verso il diverso, la persona di colore e infine la rabbia e l’odio verso gli avversari.
È il caso dello scorso Hellas Verona-Napoli del 21 ottobre quando le tifoserie e gli ultras dei due schieramenti si sono scontrati creando disturbi in tutta la città. O ancora della morte di un tifoso durante Napoli-Milan del 29 ottobre, e la marcia, a tratti militare, su Napoli dei tifosi dell’FC Union Berlino. Sebbene la FIGC e la FIFA abbiano avviato numerosissime campagne contro il razzismo queste risultano solo di facciata: episodi di discriminazione negli stadi italiani e non sono all’ordine del giorno e orrenda normalità.
Franck Kessie, Kalidou Koulibaly, Romelu Lukaku, Moise Kean in “Seria A”, Vinicius JR ne “La Liga” o Raheem Sterling nella “Premier League” sono solo alcuni esempi di vittime di insulti razzisti.
La risposta breve è: “non sono efficaci”. Le grandi istituzioni del calcio puniscono con il DASPO (il divieto di accedere a manifestazioni sportive per un relativo periodo di tempo), con multe salate, con condanne mediatiche e con sospensione dei match. Ma non basta. Ogni weekend le reti italiane continuano a registrare episodi barbari e non ammissibili.
La partita della nostra squadra preferita non è più godibile in un clima di violenza e degenerazione. Lo stadio è impraticabile per famiglie e minori e il calcio è diventato solo un pretesto per sfogare la propria rabbia e frustrazione. Gli insulti non sono solo parole e non devono in alcun modo essere accettati e diventare la normalità, tanto meno se sono di natura razzista. Bisognerebbe tifare per il buon calcio e all’insegna del divertimento.
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