
“Tanto è tutto un magna magna”. Quante volte abbiamo sentito questa frase, sintesi del sentimento diffuso e crescente di sfiducia verso la classe politica italiana. Difatti, questa potrebbe essere la frase di una signora anziana che percepisce una pensione minima e a cui le viene detto qual è lo stipendio dei politici. In realtà, corrispondere una giusta indennità alla classe dirigente dovrebbe attirare persone più competenti ad intraprendere un percorso amministrativo. Così come gli stipendi degli italiani non crescono da più di 20 anni (secondo i dati OCSE), anche le indennità degli amministratori non sembrano essere adeguate (nonostante le revisioni nella legge di bilancio 2022). Volendo trovare una somiglianza: così come si vive una fuga di cervelli dei giovani studenti che vanno a lavorare all’estero, lo stesso si potrebbe pensare di potenziali politici che preferiscono piuttosto intraprendere percorsi lavorativi al di fuori del nostro paese. Insomma, bisogna saper attrarre i professionisti competenti e, com’è giusto che sia, lo stipendio deve essere uno di questi elementi di attrazione. Ma, allora, quanti soldi prendono i politici? Sono abbastanza?
Con la legge di Bilancio del 2022, è stato previsto un incremento delle indennità dei Sindaci delle città metropolitane in misura percentuale proporzionata alla popolazione al trattamento economico complessivo dei Presidenti delle Regioni (13800 euro lordi mensili). Di conseguenza, sono state adeguate anche tutte le indennità di vicesindaci, assessori, presidenti dei consigli comunali e consiglieri comunali. Facciamo qualche esempio concreto. A Castel Volturno, comune con poco oltre 30mila abitanti, il sindaco percepisce 4.830 euro lordi mensili, il vicesindaco circa 2.656 euro, un assessore 2.173 euro e il presidente del consiglio comunale un importo equivalente a quello dell’assessore. Un consigliere comunale castellano può ricevere al massimo 1.035 euro lordi mensili, ma spesso il compenso reale, legato alle presenze effettive in aula e commissioni, si aggira attorno ai 400-700 euro. A Giugliano, comune con oltre 120mila abitanti, il sindaco percepisce 6.210 euro lordi, il vicesindaco circa 4.657 euro, gli assessori e presidenti del consiglio 3.726 euro. I consiglieri comunali giuglianesi possono arrivare al massimo a 1.552 euro lordi, ma sono ugualmente subordinati alla partecipazione effettiva ai lavori. Una retribuzione così bassa per i consiglieri (soprattutto in rapporto con gli altri ruoli) è spesso incompatibile con l’impegno e le responsabilità che la carica comporta. Conseguenza inevitabile: i consiglieri comunali si trovano spesso costretti ad avere un secondo lavoro, sacrificando qualità e attenzione nelle scelte politiche. Lì dove si decide della raccolta rifiuti, della manutenzione delle strade, delle scuole, dell’assistenza agli anziani, troviamo spesso consiglieri comunali che percepiscono compensi inadeguati, a volte nemmeno sufficienti a coprire i costi del loro impegno.

Paradossalmente, se da un lato abbiamo consiglieri comunali precari e sottopagati, dall’altro esiste un’anomalia evidente nelle retribuzioni di sindaci e amministratori di grandi città. Dal 2024, a seguito delle modifiche introdotte dalla legge di bilancio del 2022, un sindaco di città metropolitana percepisce infatti 13.800 euro lordi mensili, praticamente lo stesso stipendio di un presidente di regione e addirittura superiore a quello dei parlamentari italiani, che guadagnano circa 10.435 euro lordi escludendo diaria e rimborsi. Anche i consiglieri regionali godono di stipendi significativi: ad esempio, in Campania e Calabria, il compenso mensile lordo può variare tra gli 11.000 e i 13.800 euro, inclusi indennità e rimborsi spese. Anche in questo caso importi superiori rispetto a quelli dei parlamentari. Perché chi amministra una grande città o una regione dovrebbe percepire più di chi siede in Parlamento? Se non garantiamo stipendio e dignità adeguati a chi sceglie di impegnarsi nella politica locale o nazionale, rischiamo che i professionisti migliori preferiscano intraprendere percorsi professionali alternativi, magari all’estero. In modo simile a quella stessa “fuga di cervelli” che lamentiamo da anni per studenti e ricercatori. I dati OCSE parlano chiaro: in Italia gli stipendi sono fermi da più di vent’anni, e la politica non fa eccezione.
È tempo di guardare oltre il solito dibattito sui “costi della politica” per aprire una riflessione seria sulla qualità e sul futuro della nostra classe dirigente. Un compenso adeguato non deve essere considerato solo una spesa, ma un investimento nella qualità delle decisioni prese a tutti i livelli istituzionali. Ne va del futuro della nostra democrazia locale, e in definitiva della qualità della vita di tutti noi.
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