
L’Italia dei servizi sociali è sempre più spaccata. I numeri dell’Istat raccontano un Paese in cui nascere o vivere al Sud significa avere meno diritti, meno assistenza e meno opportunità di cura. Nel 2022 i Comuni italiani hanno speso 10,9 miliardi di euro per servizi sociali e socio-educativi – lo 0,46% del PIL, pari a 150 euro a persona – ma dietro la media si nasconde un divario profondo: 607 euro per abitante nella Provincia di Bolzano contro appena 38 euro in Calabria.
Le differenze territoriali restano abissali: 207 euro pro capite nel Nord-Est, 165 al Centro, 144 nelle Isole, 78 al Sud, dove i Comuni riescono a coprire solo un terzo dei costi con risorse proprie. Nel Centro-Nord oltre il 60% della spesa è sostenuto da fondi locali; nel Mezzogiorno scende al 34,6% e nelle Isole al 27,8%. Cresce così la dipendenza da fondi statali ed europei, passati dal 2,7% del 2012 al 13,1% del 2022.
Il welfare, insomma, non è uguale per tutti. Al Sud si moltiplicano i servizi a intermittenza, i bandi occasionali e la precarietà strutturale: assistenti sociali insufficienti, centri per anziani e disabili ridotti all’osso, reti territoriali sostenute spesso solo dal volontariato.
La Sicilia è l’emblema di questo squilibrio. La spesa per il servizio sociale professionale è di appena 4 euro a persona, penultima in Italia, superata in negativo solo dalla Calabria (3 euro). Nel Friuli-Venezia Giulia, invece, si arriva a 20 euro pro capite. È un altro Paese, dove la presenza di personale, strutture e finanziamenti locali garantisce servizi stabili e continui. Sull’isola, invece, la rete di interventi è frammentata e fragile: l’assistenza si regge sul terzo settore, su progetti a scadenza e su una burocrazia lenta, incapace di pianificare investimenti di lungo periodo.
La distribuzione della spesa rivela una gerarchia precisa: 37,3% delle risorse va a bambini e famiglie, 27% a disabilità, 15% ad anziani, 9% a povertà ed esclusione. Nel 2022 sono stati presi in carico 2,33 milioni di utenti, il 6,6% in più rispetto al 2021. Ma anche qui, il territorio decide chi accede: 5,2 utenti ogni 100 abitanti nel Nord-Est contro 2,6 nel Sud. E la spesa “strettamente sociale” (servizio sociale professionale) non lascia dubbi: 13 euro pro capite nel Nord-Est, 5 euro al Sud, media nazionale 9 euro.
Tra i servizi più penalizzati ci sono quelli dedicati agli anziani, il segmento più fragile e crescente della popolazione. La spesa media per ogni residente over 65 è di circa 40 euro nel Sud, 94 euro al Centro e 174 euro nel Nord-Est. Agli estremi, si passa da 1.459 euro per anziano nella Provincia di Bolzano a 19 euro in Calabria, con la Sicilia ancora una volta nelle ultime posizioni. Per l’assistenza domiciliare agli over-65, la spesa totale ammonta a 464 milioni di euro, pari a circa 33 euro per anziano.
Le differenze per macro-area restano impressionanti:
Dietro questi numeri ci sono servizi mancati, solitudini croniche e intere fasce di popolazione che restano invisibili ai radar del welfare pubblico.
La Legge di Bilancio 2021 ha introdotto un livello essenziale delle prestazioni (LEP): almeno un assistente sociale ogni 5.000 abitanti. Nel 2022 la spesa per il servizio sociale professionale ha raggiunto 521 milioni di euro (+7,3%), ma la maggior parte dei Comuni del Sud resta sotto la soglia.
E qui nasce il paradosso degli “zeri al Sud”: il riparto delle risorse nazionali avviene in base alla presenza storica di personale. In pratica, dove gli assistenti sociali già ci sono, arrivano nuovi fondi; dove mancano, il calcolo porta a zero euro. Il risultato? Le aree che più avrebbero bisogno restano fuori dal sistema, mentre chi è già strutturato consolida il proprio vantaggio.
A denunciare apertamente il meccanismo è Marco Esposito, giornalista e scrittore dell’associazione 34 Testa al Sud. Il 1° ottobre, in un video diffuso sui social, Esposito lancia una provocazione che suona come un appello alla disobbedienza civile.
«Serve un sindaco disposto a fare subito ricorso contro gli zeri del Sud sugli assistenti sociali. Il LEP 1 su 5.000 porta risorse dove gli assistenti sociali ci sono già; dove non ci sono, arriva zero e le distanze crescono. Un sindaco potrebbe impugnare il decreto di riparto approvato a fine luglio, che scredita il Sud. La legge andrebbe cambiata, ma intanto un giudice ordinario potrebbe chiedersi: è davvero costituzionale una norma che dà a chi già ha? Bisogna rimuovere gli ostacoli, non renderli più alti. Noi di 34 Testa al Sud abbiamo fatto accesso agli atti, abbiamo tutto pronto: serve solo un sindaco coraggioso».
Le sue parole toccano il cuore dell’articolo 3 della Costituzione: uguaglianza sostanziale e rimozione degli ostacoli. Il rischio, denuncia Esposito, è che i LEP – nati per ridurre le disuguaglianze – stiano cristallizzando i divari invece di colmali.
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