
Tra allarmismi su un futuro governo presidenziale e ipotetiche elezioni, da giorni i giornali italiani riportano in massa articoli di noti quotidiani esteri, riguardanti le dichiarazioni della senatrice a vita Liliana Segre sulla riforma costituzionale promossa dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Premesso e considerato che gli stessi giornalisti esteri molto spesso attingono dalle stesse fonti istituzionali dei giornalisti italiani. La riforma – nonostante l’arrivo in Senato – ha una strada ancora abbastanza lunga davanti a sé.
Se venisse approvata la riforma, il capo del governo non verrebbe più incaricato dal presidente della Repubblica sulla base del risultato elettorale e delle possibili maggioranze in parlamento, ma sarebbe eletto direttamente dai cittadini e dalle cittadine in concomitanza con le elezioni parlamentari per rinnovare Camera e Senato.
Appare, ad oggi, una novità in questa riforma: i voti dei connazionali fuori dall’Italia, secondo il testo al Senato, peseranno per il 10%. E diventeranno un tesoro prezioso per i candidati a Palazzo Chigi. Un popolo di connazionali, fuori dai confini italiani, che rischia di diventare determinante nell’elezione del presidente del Consiglio. A sollevare per prima la questione nello scorso dicembre era stata Roberta Calvano, ordinario di diritto costituzionale alla Sapienza.
Come riportato anche dal Sole24ore, per la ministra per le Riforme Istituzionali e la semplificazione normativa, Isabella Casellati, il problema degli elettori con sede all’estero sarà adattato al meglio per questo progetto costituzionale.
«Hanno ragione nel dire che ci potrebbe essere un problema» legato al voto degli italiani residenti all’estero e «questo sarà considerato ovviamente nella legge elettorale, così come tutti gli altri aspetti. Però ho detto che la presenterò e mi confronterò, spero con migliore fortuna, con tutte le opposizioni anche su questo tema per delineare quelli che saranno i contorni della legge elettorale che meglio sia adatti a questo progetto costituzionale».
Finora l’unico a individuare brillantemente una possibile soluzione è stato Peppino Calderisi, ex-parlamentare e uno dei maggiori esperti di sistemi elettorali. In buona sintesi, il “lodo Calderisi” prevede che sia eletto premier il candidato collegato alla lista o alle liste che conquistano più seggi. Spostando il baricentro sui seggi, il peso del voto all’estero sarebbe identico a quello attuale. Ma tecnicamente non si potrebbe parlare più di elezione diretta. Vista l’enfasi ideologica che è stata posta su questa “bandiera”, per i sostenitori del premierato si aprirebbe un problema politico non da poco.
Giorgia Meloni va dritta. Senza nessuna esitazione. Senza nessun dubbio. «Il premierato non serve a me, serve all’Italia», ripete da settimane. «Come sapete la riforma ha il suo cuore nell’elezione diretta del Presidente del Consiglio e sostanzialmente si pone due grandi obiettivi. Il primo di questi obiettivi è garantire il diritto dei cittadini di scegliere da chi farsi governare», questo l’intervento della Premier all’incontro “La Costituzione di tutti. Dialogo sul premierato”.
«Il secondo obiettivo – prosegue dopo – è assicurare che chi viene scelto dal popolo per governare possa farlo con un orizzonte di legislatura, e avere il tempo necessario per portare avanti il programma con cui si è presentato ai cittadini, perché la stabilità di governo è una condizione determinante per costruire qualsiasi strategia e dunque per restituire credibilità alle nostre Istituzioni agli occhi dei cittadini».
In questa intrigata matassa una cosa sembra essere quasi certezza: che non si riuscirà mai ad arrivare a un testo condiviso e a evitare così il referendum finale.
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