
Guarimba. Una parola che a noi italiani è sconosciuta. Per il protagonista di questa storia, invece, è il riassunto di una vita intera, e sinonimo di resistenza. L’uomo in questione è un calabro-venezuelano, nato ad Amantea, trasferitosi da piccolo con la sua famiglia a Caracas, per poi ritornare alla sua terra natia per esportare cultura nella troppo spesso accantonata terra calabrese.
Giulio Vita, attore principale di questa stramba sceneggiatura, era un giovane venezuelano che studiava giornalismo. Le forti proteste in Venezuela, a cui lui ha partecipato, lo portarono però non a diventare un nostro collega, bensì ad essere arrestato. Arrestato per “Guarimba”, un termine che colloquialmente indica un metodo di protesta non convenzionale. L’esperienza lo prova così tanto che Giulio decide di scappare. Prima va a Madrid per studiare cinema, poi, conclusi gli studi, fa la scelta più inaspettata: torna alle sue radici, in Calabria, ad Amantea. Un neolaureato in cinema che decide di andare in una località in cui tutti i cinema avevano chiuso. Dove le altre persone vedono la rassegnazione, il degrado ineluttabile del Sud dell’Italia, lui ci vede un’opportunità di creazione, armato con la sola volontà di effettuare un atto di resistenza. E allora sigla un accordo per ristrutturare l’Arena Sicoli, un vecchio cinema all’aperto di 938 posti abbandonato da più di due anni. Comincia così il Festival cinematografico “La Guarimba”, col nome che rimanda sì all’accusa fatta a Giulio durante la sua prima vita, ma che assume un altro significato, ancor più simbolico: Guarimba, infatti, nell’idioma degli indios venezuelani vuol dire “posto sicuro“.
Ad oggi il Festival conta 12 edizioni, e artisti di tutto il mondo che vengono a proiettare i loro corti. Da quando è tornato in Italia nel 2012, l’impegno di Giulio si è focalizzato inizialmente nell’istituzione del festival, cominciato nel 2013, ma si è poi allargato in un servizio culturale pubblico che abbraccia oramai una grande varietà di campi. Già solo in ambito cinematografico, al Festival vero e proprio – che si svolge dal 7 al 12 agosto di ogni anno – si aggiungono due residenze cinematografiche, a giugno e a settembre, che ospitano 50 artisti in tutto il mondo, finalizzate a fare di Amantea un vero e proprio set cinematografico, coinvolgendo anche i cittadini.
L’anno scorso, invece, dinanzi alla totale assenza di biblioteche ad Amantea, lui e la sua fondazione hanno aperta una, con tanto di aula studio aperta 24 ore su 24. «Vogliamo essere gestori culturali, fare della cultura un lavoro, quindi abbiamo creato una metodologia e un gruppo di lavoro». Il suo impegno, infatti non si ferma alle numerose attività culturali che producono, ma è anzi l’ultimo tassello di un lavoro enorme: «Naturalmente se ogni attività di cui stiamo parlando, come il festival o la biblioteca, è gratuita, qualcuno dovrà pur pagare (ride, ndr). E infatti gran parte del nostro lavoro è quella del lato noioso, burocratico, amministrativo, in cui partecipiamo a bandi e ricerchiamo fondi per finanziare i nostri servizi, che poi doniamo alla popolazione». Da qui nasce l’idea di istruire anche i cittadini su questo lavoro di ricerca: «La Calabria è una delle regioni che più perde fondi europei, perché non vi partecipa o per altri motivi. Dato che non esiste un’università che ti insegni come ricercare bandi, il nostro gruppo educa anche i cittadini sulle possibilità a cui si ha accesso»
Sul finale, punzecchiamo Giulio sulla sua scelta di rimanere in una realtà piccola come Amantea piuttosto che cercare fortuna in grandi piazze come Roma, e la sua risposta è magistrale «La nostra è una realtà costruita sui bisogni della popolazione di Amantea, non riuscirei a proporre una cosa come questa in un’altra città. Qui c’è tutto da costruire, è questo che mi rende tutto più bello. Nelle grandi città c’è poco spazio per la sperimentazione, per l’errore. Quando lavoravo a Roma, nelle rassegne cinematografiche avevamo Sorrentino, ma non è quel tipo di realtà che mi interessa. Le grandi opere non mi entusiasmano, cerco un impatto più giornaliero. Come aprire una biblioteca in un paesino che non ce l’ha». Lo spirito di rivalutazione della piccola realtà di Giulio è uno spirito a cui tutti dovrebbero attingere, e da cui Castel Volturno può solo imparare.
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