
Nel 2024 un bambino che nasce nell’Unione Europea deve affrontare numerosissimi problemi che minano la sua salute fisica e psicologica. Come si legge nel rapporto dell’Unicef il nascituro deve scontrarsi con “l’aumento della povertà, il deterioramento della salute mentale, l’abuso sessuale online e l’esposizione all’inquinamento”.
Lo studio indaga le problematiche che hanno afflitto i bambini (inteso come un essere umano dai 1 ai 19 anni, quindi inteso nel termine inglese young people) dal 2019 all’inizio del 2024, il 18% della popolazione: in primis analizza gli effetti della pandemia sulla salute mentale, con un’inclinazione maggiore ad ansia e depressione, e sul corso degli studi. Durante la quarantena i bambini europei non hanno avuto la possibilità di implementare doti sociali e relazionali, non hanno avuto la possibilità di frequentare i luoghi all’aria aperta adibiti ai giochi, come i parchi, e infine, non hanno avuto la possibilità di frequentare in maniera efficacie e in maniera costante gli studi. Quasi 2 anni di inattività su tutti i fronti.
Un altro aspetto, per nulla trascurabile, ma poco trattato, è l’impatto ambientale. I bambini del futuro conosceranno alcune specie di animali unicamente attraverso foto, e in alcuni casi fortunati, video: specie, come il rinoceronte bianco settentrionale, stanno estinguendosi e ormai il contatto con la natura e con il mondo animale è divenuto difficile per i nuovi bambini. Il cambiamento climatico, quindi, con la scomparsa e l’indietreggiamento della natura e degli animali, con la presenza di cibi sempre meno sani e sempre più inquinati, con le catastrofi naturali come incendi, inondazioni, siccità o devastanti tempeste, con un inquinamento dell’aria sempre più ingombrante, può rappresentare un fattore decisivo per una scarsa qualità di vita del bambino. Proprio il 19 febbraio 2024 la società svizzera IqAir, un ente privato, inserisce Milano come la città più inquinata, e quindi con l’aria meno respirabile del mondo. L’Arpa, un’agenzia regionale, rileva una qualità “molto scarsa” e la stazione Copernicus, scattando svariate fotografie, ha notato come anche la Pianura Padana abbia dei dati allarmanti e decisamente preoccupanti.
Gli inizi degli anni duemila sono stati protagonisti di una rivoluzione digitale iper-veloce, e negli ultimi anni, dal 2021 ad oggi, sono aumentati gli studi, i progetti e le sperimentazioni circa l’Intelligenza artificiale (come ChatGPT). È quindi oggetto di studio il rapporto tra le nuovissime tecnologie e i bambini: se da un lato possono portare dei benefici, sfruttandoli nel modo migliore possibile, anche nell’educazione, dall’altro possono essere nocive e deleterie per la crescita di un bambino. Le sempre più pericolose fake news, gli abusi reiterati via internet – 1 bambino su 8, a partire dai 12 anni, riceve regolarmente richieste online indesiderate a sfondo sessuale – come la pedopornografia o il cyberbullismo, possono essere considerati degli aspetti pericolosi all’interno di un’infanzia.
Infine, lo studio elenca tutta una serie di ulteriori problematiche, nella vita di un bambino che possono influenzare la qualità della vita in negativo: il limitato accesso al sistema sanitario in alcune aree d’Europa e i problemi che affliggono il mondo intero come guerre in corso o inflazioni.
Lo studio rivela che la causa maggiore di morte delle persone tra i 15 ai 19 anni è il suicidio: nel 2020 sono stati 930 i casi di suicidio infantile in Europa. Il problema maggiore per un new entry nella società è la società stessa. Ne è testimonianza il caso del 18 febbraio 2024: un 14enne in Italia dopo un 2 in matematica e una conseguente nota disciplinare si è buttato dalla finestra tentando il suicidio. «Mi sono sentito umiliato» ha dichiarato il bambino in ospedale. Ansia, pressione ed esclusione sociale incentivano stati di burn out, di depressione e di stress, che in certi casi può portare al suicidio.
Il rappresentante dell’UNICEF presso le istituzioni dell’Unione Europea, Bertrand Bainvel, ha dichiarato: “È fondamentale che l’UE si basi sui recenti risultati ottenuti nella promozione del benessere dei bambini, tra cui l’adozione della Strategia dell’UE sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza nel 2022 e la Garanzia europea per l’infanzia. L’UE ha sostenuto – continua Bainvel – con grande orgoglio i diritti dei bambini nel corso degli anni, e questi diritti sono più che mai rilevanti per aiutare le sue istituzioni a rispondere alle sfide e alle crisi che i bambini di oggi devono affrontare, dal cambiamento climatico alla salute mentale, dal costo della vita alla trasformazione digitale”.
Dunque, in una realtà, forse non proprio adatta alla crescita di un nascituro in cui non è una priorità il contatto con la natura e salvaguardare gli animali, in una realtà in cui la salute fisica ha l’assoluta priorità sulla salute mentale, in una realtà frastagliata e attanagliata da varie guerre in corso e da stati di povertà assoluta e inflazione, ha senso pensare di concepire una nuova vita?
Ecco opinione condivisa è che la natalità, in Italia in primo luogo, in tutta Europa, in secondo luogo, sia calata a causa dell’aumento del costo della vita, per via dell’invecchiamento della popolazione, per la precarietà del lavoro e la difficoltà di avere una stabilità economica, a causa della mancanza di servizi per l’infanzia: da un sondaggio dell’ente di ricerca “Emg Different” 8 italiani su 10 individuano come ragioni della crisi della natalità solo ragioni di tipo economico.
In realtà le ragioni sono ben più complesse da decifrare, e sono di tipo demografico e sociologico: si è notato che in una società avanzata, proiettata sull’individualismo, e non sulla collettività, i componenti di quella realtà sono declinati verso l’autorealizzazione, attraverso obiettivi personali e traguardi lavorativi, e non il concepimento di un figlio, e molto più difficilmente più figli. In tal senso l’avanzamento culturale e sociale è indirettamente proporzionale con l’aumento demografico.
Il prof. Impicciatore che studia statistica e la prof. Ghigi che studia sociologia, dell’università Alma Mater Studiorum di Bologna, in una ricerca demografica asseriscono: «Quando il ruolo genitoriale è vissuto come limite ai progetti di auto-realizzazione, prevale la decisione di non avere figli (o di averne pochi)».
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