
La distanza tra le nuove e le vecchie generazioni nella società odierna è ravvisabile anche nella percezione che quest’ultime hanno della partecipazione politica dei “giovani d’oggi”, e in termini pratici nell’attivismo politico che tanto era in voga negli anni Sessanta e Settanta e che, almeno apparentemente, non sembra essere più tanto “glamour” nella Gen Z. Eppure, ci sarebbero diverse obiezioni da porre a questa superficiale visione della società attuale. Innanzitutto, mai come in quest’ultimo anno, tra conflitto russo-ucraino, guerra in Palestina, e il governo italiano che non manca mai di dare ottime motivazioni per scendere in piazza, l’attivismo politico è sembrato accendersi. Ma soprattutto, quando si esprime l’opinione succitata, si omette un dettaglio di grande rilevanza, ossia la capacità delle generazioni del nuovo millennio di aver non solo ereditato l’attivismo politico dei loro cari, ma di trasformarlo in funzione della repentina evoluzione tecnologica. È il caso dell’”hackitivsm” o, come lo chiameremo d’ora in poi, italianizzandolo, hacktivismo.
Nato fin dai primi anni del terzo millennio, l’hacktivismo è un fenomeno che, dopo un picco dei primi anni dieci del Duemila in cui contestualmente alla nascita degli Anonymous era molto di moda, viene troppo spesso ignorato. L’hacking come forma di partecipazione politica è invece una pratica sempre più viva e che merita una conoscenza approfondita. Ecco perché ci siamo rivolti proprio a chi di professione divulga la cultura della cybersecurity, e che conosce minuziosamente la filosofia dell’hacktivismo: Pietro Melillo e Massimilio Brolli, membri del Red Hot Cyber Dark Lab, community di esperti che diffonde la conoscenza sulle minacce informatiche per migliorare la consapevolezza e le difese digitali del paese.
L’hacktivismo in Italia, sebbene non raggiunga sempre le proporzioni viste in altri Paesi (ad esempio negli Stati Uniti o in alcuni contesti del Sud America), rappresenta comunque un fenomeno da non sottovalutare. Il caso di Anonymous Italia è forse il più emblematico: si è formato come “costola” o sezione locale del più ampio network internazionale di Anonymous, e negli anni ha rivendicato diverse iniziative di “denuncia digitale”. Tra le più note ricordiamo l’Operazione #OpItaly, una serie di attacchi DDos (presa di mira di siti web e server interrompendo i servizi di rete nel tentativo di esaurire le risorse di un’applicazione, ndr) e defacement (cambiare illecitamente la home page di un sito web o modificarne, sostituendole, una o più pagine interne, ndr) condotti in diverse occasioni contro siti governativi e istituzionali italiani, motivati dalla volontà di evidenziare presunte inefficienze o comportamenti considerati poco trasparenti, e l’operazione #OpGreenRights, focalizzata su temi ambientali, con defacement e data leak volti a richiamare l’attenzione sull’urgenza di politiche ecologiche più incisive.
Un altro gruppo salito recentemente alla ribalta è NoName057(16), un collettivo di matrice pro-Russia che ha rivendicato attacchi DDoS ai danni di istituzioni e siti governativi europei, inclusi alcuni italiani, in concomitanza con eventi geopolitici di rilievo (ad esempio, a seguito di dichiarazioni politiche italiane riguardanti il conflitto in Ucraina). NoName057(16) non è un gruppo “italiano” in senso stretto, ma le sue operazioni mostrano come l’ecosistema hacktivista globale non conosca confini rigidi: obiettivi nazionali possono essere colpiti da attori esterni mossi da ragioni politiche o ideologiche internazionali.
Le diverse campagne condotte da Anonymous Italia o da gruppi come NoName057(16) condividono alcune motivazioni di fondo, nonostante differiscano per ideologie e scopi. Ad esempio, Anonymous Italia sostiene di agire in nome della trasparenza e contro la corruzione, e molti attacchi rivendicati in passato hanno avuto come obiettivo la sensibilizzazione dell’opinione pubblica, piuttosto che il mero vantaggio economico. C’è poi l’opposizione ai poteri centralizzati: gruppi come Anonymous si sono spesso definiti “antiautoritari” e hanno condotto campagne contro governi e multinazionali accusati di gestire il potere in modo arbitrario; nel caso di NoName057(16), invece, l’orientamento pro-Russia si traduce in azioni volte a colpire gli Stati considerati ostili agli interessi russi.
L’hacktivismo introduce nuove dinamiche nell’attivismo politico, pur conservando alcuni tratti tipici del dissenso e della protesta: in primis, per quanto riguarda le modalità operative, l’attivismo classico prevede manifestazioni di piazza, presidi, occupazioni di luoghi simbolici. La comunicazione avviene in loco e si diffonde attraverso i media tradizionali; l’hacktivismo, invece, trasforma tutto ciò in proteste virtuali, attacchi a siti web (defacement, DDoS), data breach (violazione/fuga di dati, ndr) e condivisione virale attraverso social network e piattaforme di messaggistica (es. Telegram, Discord). Un esempio concreto è la serie di attacchi DDoS rivendicati da NoName057(16) contro siti istituzionali italiani, azioni spesso coordinate e con risonanza immediata. L’hacktivismo, poi, prevede delle tempistiche molto più efficienti, con una rapidità di propagazione molto elevata: un singolo attacco può fare notizia su scala globale nell’arco di poche ore, soprattutto se colpisce target simbolici o infrastrutture di rilievo. Infine, le conseguenze per l’hacktivismo possono essere particolarmente più gravi in termini penali (accesso abusivo, danno a sistemi informatici critici) rispetto a quelle dell’attivismo classico che riguardano reati di ordine pubblico, con un rischio talvolta più limitato. Tuttavia, la natura anonima di molti gruppi rende più complesso identificare i responsabili. Detto questo, entrambi i fenomeni cercano visibilità mediatica e puntano a innescare un cambiamento di mentalità o di agenda politica, sfruttando l’indignazione dell’opinione pubblica.
La preparazione varia in base al livello di consapevolezza e di risorse dedicate alla sicurezza cibernetica: le grandi potenze tecnologiche (come Stati Uniti, Cina, Russia, Israele) dispongono di strutture di cyber intelligence e difesa molto avanzate; ciò non le rende immuni, ma le aiuta a rispondere o a mitigare gli attacchi in tempi rapidi. L’Italia, invece, sta rafforzando la propria postura difensiva, in particolare tramite l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN), che monitora le minacce e coordina la risposta in caso di incidenti gravi. Tuttavia, la presenza di gruppi come Anonymous Italia e le campagne di NoName057(16) hanno mostrato che alcuni settori (ad esempio la Pubblica Amministrazione o le PMI meno strutturate) restano relativamente esposti a defacement, data breach o attacchi DDoS. In generale, la pericolosità varia a seconda dell’obiettivo, della preparazione difensiva dei target e del supporto (anche indiretto) di attori statali o di cybercriminali. Nel complesso, la risposta alle sfide dell’hacktivismo richiede un continuo aggiornamento tecnologico, normativo e, soprattutto, culturale in tema di cybersecurity. L’hacktivismo è, in ragione di quanto descritto finora, un fenomeno molto più rilevante di quanto sembri, nonché la prova concreta che, esulando dal campo delle idee nel merito di tali attivisti e vedendoli con sguardo neutro, la partecipazione politica nel nuovo millennio esiste ancora, e anzi, segue parallelamente l’evoluzione della società.
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