
Un genocidio atroce, mesi infiniti di sofferenza umana, anche se in realtà si potrebbe parlare di anni. L’accordo raggiunto venerdì 17 gennaio, tra Israele e Hamas, per un cessate il fuoco a Gaza segna una potenziale svolta cruciale nella lunga guerra che ha stravolto la regione mediorientale. Nonostante le crisi dell’ultimo minuto, nella notte fra giovedì e venerdì, i team di negoziazione di Israele, Hamas, Stati Uniti e Qatar hanno firmato ufficialmente l’accordo a Doha.
Tuttavia, la riunione del governo israeliano si è svolta ieri confermando che la prima fase dell’accordo sulla tregua, entrerà in vigore domenica 19 gennaio alle 12:15 e prevede 42 giorni di cessate il fuoco durante i quali saranno liberati ostaggi e detenuti. Intanto, il ministro israeliano, Ben Gvir, fermamente contrario a un accordo con Hamas, ha annunciato le sue dimissioni.
Non è la prima volta che sentiamo parlare di un “cessate il fuoco”: una risoluzione simile era stata approvata anche il 25 marzo 2024, ma in quel caso si trattava di una misura temporanea, in occasione del Ramadan. Questa volta, invece, l’accordo è stato raggiunto tra il 14 e il 15 gennaio e, sebbene fosse previsto come duraturo, poche ore dopo si sono verificati nuovi attacchi israeliani. Un ulteriore ostacolo riguarda la crisi politica interna del premier Netanyahu, ma analizziamo la situazione un passo alla volta.
Tra il 14 e il 15 gennaio, le delegazioni di Israele e Hamas hanno raggiunto un accordo preliminare per un cessate il fuoco a Gaza e, come dicevamo, la firma “ufficiale” ha tardato ad arrivare per via di alcune “crisi dell’ultimo minuto”. Ad esempio, giovedì 16 gennaio Hamas ha presentato richieste aggiuntive che non erano previste nella versione dell’accordo già approvata. Tuttavia le difficoltà maggiori non provengono da Hamas, ma dalla forte opposizione della destra radicale, in particolare del Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich.
Nonostante l’approvazione ufficiale del cessate il fuoco, la tregua tra Israele e Hamas rimane estremamente fragile, con il rischio che l’accordo venga violato in qualsiasi momento. Un esempio di questa vulnerabilità si è verificato nella notte tra mercoledì 15 e giovedì 16 gennaio, quando gli attacchi israeliani hanno colpito Gaza provocando, secondo quanto riportato da Al Jazeera, la morte di almeno 82 persone subito dopo l’annuncio della tregua.
Tutto ciò non basta però a fermare la gioia dei palestinesi: “I palestinesi decideranno il loro destino, non gli eserciti predatori guidati da razzisti e criminali di guerra che si aggrappano all’antiquata nozione che il potere è giusto” scrive Andrew Mitrovica di Al Jazeera. Le immagini che arrivano da Gaza sono emozionanti: Ahmed, un bambino palestinese di 8 anni conosciuto per aver documentato la guerra, è in lacrime adesso che ha la speranza di poter tornare a casa.
L’accordo è strutturato in tre fasi: la prima, che durerà sei settimane, prevede uno scambio iniziale di prigionieri, il ritiro delle truppe israeliane dalla maggior parte della Striscia e il ritorno dei residenti palestinesi evacuati dal nord verso le loro case.
Inoltre, a sette giorni dall’attuazione dell’accordo, il valico di Rafah con l’Egitto sarà riaperto per consentire l’ingresso di aiuti umanitari. Durante questa fase, si terranno nuove trattative per pianificare l’attuazione delle due fasi successive, i cui dettagli sono ancora sconosciuti. Stando ad alcune indiscrezioni, la seconda fase dovrebbe prevedere il completo ritiro israeliano dalla Striscia, un altro scambio di prigionieri e ostaggi, e un ulteriore flusso di aiuti umanitari. La terza fase, infine, dovrebbe riguardare la ricostruzione della Striscia, probabilmente sotto la supervisione di organizzazioni internazionali.
Con i partner di estrema destra della sua coalizione che si oppongono alla fine della guerra e minacciano di dimettersi, il primo ministro israeliano si trova di fronte a una scelta difficile: mantenere il sostegno di questi alleati o difendere l’accordo. Poche ore dopo l’annuncio dell’intesa, Netanyahu ha dovuto affrontare una ribellione interna. Itamar Ben-Gvir, ministro per la Sicurezza nazionale, ha dichiarato che il suo partito, Jewish Power, lascerà la coalizione se l’accordo di cessate il fuoco venisse approvato.
Sebbene questa mossa minacciasse di destabilizzare il governo, non avrebbe impedito l’implementazione dell’accordo, visto che la maggioranza della coalizione è favorevole alla tregua. L’accordo potrebbe essere approvato anche senza il sostegno di Jewish Power e del Religious Zionism, altro partito ultranazionalista guidato dal ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, anch’esso contrario alla tregua.
Netanyahu si trova così a dover scegliere tra mantenere la maggioranza parlamentare e proseguire nella lotta contro Hamas a Gaza, o rischiare il collasso della coalizione e convocare elezioni anticipate. Dopo più di 15 mesi di guerra, e con l’imminente insediamento di Donald Trump alla presidenza, alcuni analisti suggeriscono che mettere fine al conflitto possa essere la scelta più saggia per il leader israeliano.
Come accennato in precedenza, i colloqui potrebbero interrompersi in qualsiasi momento. Nell’accordo sono definite esclusivamente le modalità della prima fase del cessate il fuoco, il che implica che saranno necessari ulteriori incontri per stabilire i dettagli delle fasi successive, che potrebbero mettere in discussione qualsiasi intesa raggiunta finora. Il primo ministro israeliano, infatti, tra le pressioni interne e quelle internazionali, ha il destino di questa guerra tra le sue mani ed abbiamo visto tutti quanto possa essere poco affidabile Netanyahu.
Ma non sarà questo a scoraggiare la pace ed il diritto di essere liberi, Gaza festeggia e piange, ma per la prima volta sono lacrime di gioia. “Stiamo trasportando aiuti come cibo e medicinali per i nostri fratelli a Gaza” dice Mustafa al Qadri, camionista proveniente dalla Giordania, uno stato che ha molto a cuore la causa palestinese. Assieme ad altri camionisti, sta trasportando aiuti umanitari che saranno trasferiti agli autisti locali del World Food Programme per arrivare a Gaza.
Intanto, folle di palestinesi hanno intonato canti e abbracciato le proteste: “Non riesco a credere che questo incubo durato più di un anno stia finalmente giungendo al termine. Abbiamo perso così tante persone, abbiamo perso tutto“, ha detto Randa Sameeh, un 45enne sfollato da Gaza City al campo di Nuseirat, al centro del territorio. I bambini piangono e le famiglie gioiscono anche solo per avere la possibilità di dare una sepoltura dignitosa ai propri cari. Il gesto simbolico del giornalista palestinese, Anas Al Sharif di togliersi il giubbotto ed il casco protettivo è stato di grande impatto e quindi non resta che chiedersi, la guerra sarà veramente finita?
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