
Ho trovato la fine dell’umanità nella frase: “Definisci bambino”. Non che non ci fossero altri esempi per farmi perdere la speranza in alcuni “esseri umani”, ma sentire questa glaciale e cinica frase è stato un cazzotto dritto allo stomaco. A Gaza si sta compiendo un genocidio. Ma ancor prima del genocidio, esiste la guerra fatta con le parole, con le frasi, con l’uso del linguaggio.
Quando si arriva al punto di dover “definire” un bambino, come se l’evidenza stessa non bastasse, significa che il linguaggio ha smarrito la sua umanità prima ancora dei corpi.
La frase “Definisci bambino” non è soltanto glaciale: è un segno del collasso morale e simbolico del nostro tempo. Prima ancora delle bombe, prima ancora delle case ridotte in macerie, la guerra inizia nel linguaggio. È lì che si costruisce l’indifferenza, che si manipola la realtà, che si spogliano le persone della loro dignità.
Un bambino non dovrebbe mai essere “definito”. È ciò che di più evidente, fragile e sacro esista. Eppure, nel momento in cui lo si trasforma in categoria, in oggetto da discutere, da mettere tra virgolette, si compie una prima, sottile forma di violenza.
Il genocidio, come ogni crimine contro l’umanità, non nasce all’improvviso: viene preparato da una lunga sequenza di parole oscene, da una guerra semantica che riduce l’altro a non-umano. Così la lingua diventa arma, e il silenzio complice diventa il campo in cui quell’arma colpisce. Ecco perché quella frase è stata un pugno nello stomaco: perché contiene già in sé il germe dell’annientamento, la rinuncia all’empatia, il tradimento dell’umano.
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