
«Ho vinto tutto, allora me ne vado». In quanti possono pensare ad una cosa del genere nel momento più bello di soddisfazione personale e lavorativa? Ho vinto tutto, vado via. Un pensiero se vogliamo alternativo, radicale inerente all’ambito del potere, dell’esposizione mediatica. Quanti di noi dopo aver vinto qualcosa, aver raggiunto un obiettivo, hanno preferito adagiarsi su un progetto ormai rodato anziché voltare pagina e dire “vado via”?
Non un venir meno alle proprie responsabilità, ma constatare con consapevolezza che il successo non è questione di ostinazione sul presente, ma bensì di costruzione in divenire. Quindi, un percorso fatto di scelte, anche le più discutibili e difficili. Quelle che appunto ti fanno dire: «Ho vinto tutto, allora me ne vado».
L’esempio di Josè Mourinho, l’allenatore attuale della Roma che, nel 2010, a seguito del triplete conquistato dall’Inter (scudetto, Champions League, Coppa Italia), decise di lasciare il progetto calcistico all’apice del successo per una nuova avventura nel Real Madrid. Oppure quello di Luciano Spalletti, ex allenatore del Napoli Campione d’Italia ora Commissario Tecnico della Nazionale Italiana. Due storie diverse, legate da scelte coraggiose e non scontate. Hanno vinto e poi hanno deciso di lasciare. Quanto è potente e coraggiosa una scelta del genere oggi?
Nel mondo dello sport, la ricerca dell’eccellenza è una costante. Il desiderio di raggiungere l’apice della vittoria, di sollevare il trofeo più ambito, rappresenta spesso l’obiettivo ultimo di allenatori e atleti. Tuttavia, c’è una lezione potente che emerge da coloro che, una volta raggiunto il vertice, hanno il coraggio di voltare pagina. Il gesto di lasciare un progetto calcistico quando si è già conquistato tutto è un segno di potere, forza e audacia che pochi riescono a comprendere fino in fondo.
Un esempio di questa filosofia è emerso nel 2010, quando l’allenatore portoghese José Mourinho ha deciso di lasciare l’Inter, laureatasi campione d’Europa dopo una splendida finale a Madrid contro il Bayern Monaco di Robben e Ribery. Prima di quel trionfo al Bernabeu, l’Inter aveva vinto lo scudetto e conquistato anche la Coppa Italia.
Dopo aver ottenuto il massimo riconoscimento nel calcio europeo, Mourinho ha dimostrato il suo coraggio scegliendo di intraprendere nuove sfide professionali. Questa scelta ha dimostrato la sua ferma convinzione nella sua capacità di continuare a crescere e ad evolversi come allenatore, invece di appoggiarsi sui lauri già conquistati. L’audacia di Mourinho è stata ripagata con successo al Real Madrid, dove ha vinto la Liga spagnola e ha stabilito alcuni record nel suo percorso. Anche se la sua permanenza al Real Madrid è stata accompagnata da controversie e tensioni, non si può negare il suo impatto e il suo successo.
Ma in Italia, l’esempio non è circoscritto a Mourinho. Luciano Spalletti, ex allenatore del Napoli ed ora in forza nella Nazionale Italiana, ha dimostrato lo stesso coraggio l’anno scorso, quando ha deciso di lasciare il club azzurro dopo aver guidato la squadra alla vittoria del terzo scudetto. Un evento nel vero senso della parola, uno scudetto atteso dai tempi di Diego Armando Maradona.
In un momento in cui molti avrebbero abbracciato la stabilità e il successo continuativo, Spalletti ha preferito cercare nuovi stimoli e sfide altrove. Questa scelta audace sottolinea l’importanza di riconoscere il momento opportuno per cambiare direzione, anche quando sembra che non ci sia più nulla da dimostrare.
Se vogliamo allargare il discorso, ovviamente con tutte le distinzioni del caso, un esempio altrettanto significativo proviene dalla sfera religiosa. Nel 2013, Papa Benedetto XVI, Joseph Ratzinger, ha compiuto un gesto straordinario e molto discusso al tempo. Il Papa tedesco però ha deciso di abbandonare il potere in un momento critico e non di certo vincente della Chiesa cattolica romana, assediata dagli scandali e dai falchi tiratori all’interno della Chiesa stessa.
Ratzinger, ormai in età avanzata e colpito anch’egli da questi scandali, decise di rinunciare al pontificato con l’auspicio che il suo successore potesse avere le forze adeguate per compiere quei passi decisivi che la Chiesa doveva fare per uscire da quel momento buio. Prima di Papa Benedetto XVI, il precedente Papa a rinunciare al papato fu Papa Celestino V, che regnò dal 5 luglio al 13 dicembre 1294.
In tutti questi casi, l’atto di abbandonare un progetto calcistico o una posizione di potere al momento giusto è stato un esempio di maturità e di fiducia in se stessi. È la consapevolezza che il successo non deve essere un punto di arrivo, ma piuttosto un trampolino di lancio per nuove avventure e obiettivi professionali. La capacità di lasciare quando si è al top è un atto di forza e determinazione, dimostrando che il desiderio di crescere e progredire è insito nell’essenza umana.
In un mondo in cui il culto della continuità e della stabilità spesso prevale, questi esempi di abbandono del potere e della gloria dimostrano che la vera grandezza risiede nella volontà di intraprendere nuovi percorsi, nell’audacia di sfidare se stessi e nell’umiltà di riconoscere che, anche quando si è vinto tutto, c’è ancora molto da imparare e da conquistare. Lasciare il passato dietro di sé per abbracciare il futuro è un atto di coraggio che ispira e insegna a tutti noi che la strada verso la grandezza è un percorso infinito, sempre in divenire.
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