
Ad Hong Kong il giovane Chu Kai-pong, 27 anni, è stato condannato a 14 mesi di carcere per aver indossato una maglietta. Si tratta della prima condanna applicata dopo la legge da poco emanata, definita Articolo 23. Sulla maglietta si legge “Liberate Hong Kong”, slogan reputato in grado di incitare la rivolta.
Il giovane attivista non è un volto nuovo per le autorità del luogo, dal momento che già è stato arrestato a giugno. L’arresto di giugno è avvenuto sempre perché il giovane indossava una maglia con la scritta “Liberate Hong Kong, rivoluzione dei nostri tempi”. Indossava anche una maschera con la scritta “FDNOL”, le iniziali dello slogan “Five Demands Not One Less” (cinque richieste, non una di meno).
L’acronimo “FDNOL” era un chiaro riferimento alle richieste sorte durante le proteste del 2019, che sono state gravosamente represse. Nonostante le repressioni, l’emendamento della legge di Hong Kong sull’estradizione del 2019, grazie all’alto numero di partecipanti alle proteste è stato ritirato. In quel caso, dunque, la protesta dei molti non fu vana.
A marzo di quest’anno il Consiglio legislativo di Hong Kong ha votato unanime l’approvazione sulla “Legge sicurezza”, anche detta “Articolo 23”. La legge si presenta come positiva in quanto utile a rendere la regione autonoma nell’approvare le leggi. Sempre nella stessa legge si giustifica questa mossa politica scrivendo che lo scopo è quello di poter vietare qualsiasi atto di tradimento, sedizione, secessione e sovversione alla Repubblica Popolare Cinese.
Durante il suo ultimo processo, ad Hong Kong, Chu Kai-pong si è dichiarato colpevole dell’accusa di secessione. Tale legge è stata anche denunciata a livello internazionale, ma non si è fatto nulla per intervenire concretamente. Appare ovvio che, pur di obbedire alle volontà di Pechino, Hong Kong è disposta a pagare con i diritti umani dei suoi abitanti.
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