
È un fiume di persone. Talmente tante che risulta impossibile camminare a passo spedito, e forse non ve n’è neanche la necessità. Si cammina insieme, lentamente, un passo alla volta: si sale da un lato della strada e si scende da quell’altro. Non è necessaria la fretta, perché la memoria non scappa via, anzi, ha bisogno di essere nutrita da pensieri statici e profondi. E tra un passo e l’altro, in questo lungo fiume, inizia già la celebrazione di questa giornata. Tra le mani unite di chi cammina insieme, l’odore dei fiori freschi e quei racconti, che, vissuti o meno, diventano anche tuoi.
È il 2 novembre a Napoli: dedicato al ricordo di ciò che è stato e soprattutto al rispetto nei confronti di chi c’era ed oggi non c’è più. Nei racconti di chi l’ha vissuto, il 2 novembre a Napoli era questo: l’immagine di migliaia di persone che si recano al cimitero per prendersi un minuto, o anche di più, da dedicare alla memoria dei propri cari ed alla cura del defunto stesso. Una ricorrenza sentita e partecipata, che riecheggia nei versi di Totò, ma che oggi non trova riscontro nella realtà.
La tradizione per la Festa dei Morti ed il culto in sé del defunto, che ha caratterizzato per secoli la cultura partenopea, oggi si disperde nella frenesia quotidiana, lasciando come risultato Cimiteri sempre più vuoti. È la sepoltura in sé ad aver perso la sua sacralità, sostituita, per motivi economici e non solo, dalla pratica della cremazione, che in Italia, come in Europa, trova sempre maggiore applicazione.
Ma i secoli di storia e di tradizione lasciano sul territorio una traccia tangibile. Il culto del defunto a Napoli e la cura per la degna sepoltura sono ravvisabili nel patrimonio monumentale cimiteriale lasciato in dote al capoluogo campano. Spazi intrisi di storia, segnati dalla bellezza dell’architettura cimiteriale: imponenti cappelle gentilizie concepite come musei e volte a rispecchiare lo status sociale delle famiglie.
Il Cimitero di Santa Maria del Pianto ed anche il Cimitero monumentale di Poggioreale raccontano le storie più antiche della nobiltà partenopea, accogliendo anche la memoria dei più grandi artisti e uomini di cultura dello scenario napoletano. Riposano, ad esempio, al Cimitero di Santa Maria del Pianto, Antonio De Curtis ed Enrico Caruso, insieme ad altri artisti, nobili e uomini di chiesa. Presso il Cimitero monumentale di Poggioreale vi è la zona degli illustri, nella quale riposano eminenti personalità, quali Benedetto Croce, E. A. Mario, Mariano Semmola, Edoardo Nicolardi e tanti altri ancora. Ad arricchire ancora il patrimonio storico culturale dei cimiteri napoletani vi sono, ad esempio, il Cimitero delle 366 fosse, realizzato da Ferdinando Fuga su commissione di re Ferdinando IV di Borbone, ed il Cimitero dei Colerosi, che accolse migliaia di corpi a seguito dell’epidemia di colera.



Storie di vita vissuta, ma soprattutto racconti legati al territorio e all’evoluzione della città. Personalità che hanno caratterizzato il proprio tempo e le cui vicende lo hanno segnato. Nomi che hanno tanto da raccontare, oggi relegati, nel proprio luogo di sepoltura, purtroppo all’incuria e all’abbandono. La zona degli illustri, presso il Cimitero monumentale di Poggioreale, si trova attualmente transennata, invasa dal verde e pericolante in alcuni punti. Tante cappelle gentilizie, splendide nella loro architettura, sono state forzate, trafugate e distrutte, calpestando la memoria ed il rispetto per i defunti.
L’emblema dell’abbandono in cui riversano i Cimiteri monumentali di Napoli è sicuramente la Chiesa di Santa Maria del Pianto. Un gioiello del 1600, dedicato alla memoria delle vittime di un’epidemia di peste, oggi fatiscente e chiuso dal 1987 perché dichiarato inagibile. Nell’ottobre del 2022 una frana presso il Cimitero di Poggioreale portò al crollo di tre piani di cappelle. Nel momento della stesura dell’articolo – fine marzo 2026 – le salme recuperate si trovano ancora accatastate in un capannone nel quadrato dinanzi alla Chiesa madre di Poggioreale: una situazione indegna e ferma da oltre 3 anni. Una tensostruttura che ospita oltre 1500 bare, simbolo di una ferita nel cuore del Cimitero e della città che attende ancora di essere sanata.

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