
La Direzione Nazionale Antimafia ed Antiterrorismo è un ufficio giudiziario che svolge una funzione utile e delicata nelle indagini di contrasto ai fenomeni mafiosi italiani, presenti anche in ambito internazionale. Le radici dell’Ufficio – chiamato comunemente Procura Nazionale Antimafia o, con termine mediatico, “Superprocura” – affondano negli anni ’80 e soprattutto nella ferma volontà di Giovanni Falcone di istituire un organo giudiziario nazionale che svolgesse compiti di coordinamento con tutte le procure d’Italia. Erano gli anni in cui Cosa Nostra affrontò con violenza e con ferocia le iniziative che gli uomini dello Stato intrapresero in Sicilia, trucidando molti esponenti delle istituzioni che avevano intrapreso preziose indagini per fronteggiare l’accumulo di capitali mafiosi e l’infiltrazione della mafia nel tessuto amministrativo, politico ed imprenditoriale siciliano.
Ma erano anche gli anni in cui Giovanni Falcone e Paolo Borsellino cominciarono ad avviare attività di indagine patrimoniale contro alcuni importanti esponenti di Cosa Nostra, dalle quali emerse, in maniera nitida, che la mafia non era un fenomeno limitato al solo territorio siciliano, avendo i suoi uomini in stretto contatto con la camorra campana (con il clan Nuvoletta e con quello di Bardellino) e con altre organizzazioni criminali ed essendosi perciò radicata su gran parte del territorio italiano, soprattutto quello settentrionale, dove faceva affari immettendo nel circuito imprenditoriale imponenti capitali, derivanti essenzialmente dai traffici di droga. Lo sviluppo di quelle indagini e la collaborazione con la giustizia di Tommaso Buscetta confermarono poi, definitivamente, la presenza della mafia anche in ambito internazionale, ove era più semplice riciclare denaro sporco e far perdere le tracce dell’origine illecita dei capitali mafiosi, grazie alle alleanze strette da Cosa Nostra con le più importanti e pericolose organizzazioni criminali estere, quali quelle colombiane e messicane.
Tutto ciò era ben chiaro a Giovanni Falcone e a Paolo Borsellino; ed è per questa ragione che entrambi ebbero modo di esprimere – in ambito istituzionale – il convincimento che una efficace lotta alla mafia non potesse essere demandata solo alle Procure siciliane, ma che dovesse essere integrata da un Ufficio che si occupasse di interagire con esse e con quelle internazionali, coordinandole e condividendo le informazioni istruttorie.
L’intuizione geniale dei due Magistrati, infatti, muoveva dal concetto che l’investimento di così grandi capitali lascia necessariamente delle tracce documentali, sicché bastava seguirle – ovunque esse fossero – per poter addivenire alla provvista illecita con cui essi erano stati realizzati. Ma la ricerca di tali movimentazioni di denaro spesso era demandata alla competenza di Procure diverse da quelle siciliane, sicché sorgeva il bisogno di creare una istituzione giudiziaria che avesse come compito precipuo quello di coordinare le indagini sulle organizzazioni mafiose presenti su tutti i territori italiani e su quelli esteri.
Altresì, essi erano fortemente convinti che il modo migliore per tutelare gli investigatori e gli inquirenti (magistrati ed esponenti delle Forze dell’Ordine) dalla barbarie mafiosa era quello di condividere le informazioni e le indagini antimafia, così da non catalizzarle verso un solo uomo, ma di espanderle a macchia d’olio, così da impedire – di fatto – la soppressione di tutti coloro che divenivano depositari delle delicate informazioni di contrasto a Cosa Nostra. Uccidere un magistrato, infatti, sarebbe stato inutile per la mafia se altri magistrati fossero stati in possesso delle stesse notizie ed avessero avuto la stessa iniziativa processuale. Questi furono i principi che Falcone e Borsellino trasferirono al legislatore ed è su di essi che poggiò le sue basi il decreto legge 20 novembre 1991 n.367, poi convertito con la legge 20 gennaio 1992 n.8, istitutivo della Direzione Nazionale Antimafia.
Dal 1991, dunque, questo Ufficio è presente nella nostra realtà giudiziaria ed oggi svolge un importante ruolo nella politica di contrasto giudiziario a tutti i fenomeni mafiosi e terroristici. Dal 2015, infatti, la sua denominazione è stata integrata con l’attribuzione ad essa dei compiti di coordinamento in ambito di indagini contro il terrorismo, sicché, oggi, essa si chiama Direzione Nazionale Antimafia ed Antiterrorismo (D.N.A.A.)
Ma come si compone la Direzione Nazionale Antimafia ed Antiterrorismo e, soprattutto, quali funzioni essa svolge? Al vertice della Procura Nazionale Antimafia è collocato il Procuratore Nazionale Antimafia, nominato dal Consiglio Superiore della Magistratura; il suo organigramma giudiziario è costituito da 20 magistrati, nominati fra tutti i magistrati d’Italia dall’organo di autogoverno della magistratura, sulla base di attitudini specifiche maturate nel corso della carriera e che si chiamano Sostituti del Procuratore Nazionale Antimafia ed Antiterrorismo.
La sua sede è a Roma, in via Giulia, e la sua collocazione giudiziaria è la Procura Generale presso la Corte di Cassazione, di cui costituisce una autonoma articolazione. È molto importante comprendere, però, quali siano le sue funzioni, dal momento che esse caratterizzano tale delicato Ufficio giudiziario nell’attività di contrasto a tutti i fenomeni mafiosi e terroristici presenti sul territorio italiano.
Conformemente, infatti, al già ricordato spirito che ne mosse la istituzione, la Procura Nazionale Antimafia ed antiterrorismo svolge innanzitutto una funzione di coordinamento fra tutte le Direzioni Distrettuali Antimafia (le cosiddette DDA) d’Italia. Tale funzione viene esercitata dal Procuratore Nazionale designando un magistrato dell’Ufficio come suo referente con le singole DDA italiane. In tal modo, il sostituto del Procuratore Nazionale avrà il compito di relazionarsi periodicamente con i magistrati della DDA di suo riferimento, allo scopo di conoscerne l’attività con il fine di integrarla mediante attività informativa in suo possesso, utile ad integrare il materiale istruttorio raccolto nel corso delle indagini.
Se, ad esempio, una DDA. sta conducendo delle indagini nei confronti di una determinata persona, il Sostituto del Procuratore Nazionale Antimafia potrà utilmente mettere a conoscenza i magistrati di quella DDA che nei confronti della stessa persona sono in corso delle indagini da parte di un’altra DDA italiana, mettendo così in contatto i due uffici giudiziari e dando avvio all’attività di coordinamento investigativo, che consente ai due (o più) uffici giudiziari di condividere le informazioni raccolte, di pianificare delle strategie di indagine e di suddividere, nel rispetto dei principi di competenza territoriale previsti dal codice di procedura penale, i rispettivi compiti istruttori.
Ma la Procura Nazionale Antimafia può svolgere anche una attività di impulso alle indagini, acquisendo informazioni (attraverso organi di polizia giudiziaria di cui essa si avvale direttamente, quali la Direzione Investigativa Antimafia – la cd D.I.A. – composta da carabinieri, da poliziotti e da finanzieri specializzati nelle indagini antimafia) e trasmettendole alla DDA territorialmente competente, così da consentirle di avviare una attività di indagine nei confronti della persona nei cui confronti sono state raccolte informazioni utili. Bisogna, infatti, tenere bene a mente che la Procura Nazionale Antimafia non è titolare di compiti investigativi (che sono rimessi in via esclusiva alle DDA italiane), ma è chiamata a svolgere esclusivamente questi compiti di raccordo e di coordinamento fra tutti gli uffici giudiziari antimafia italiani.
Altra importante funzione del Procuratore Nazionale Antimafia è l’iniziativa in materia di misure di prevenzione personali e patrimoniali, da presentare presso i Tribunali ove il destinatario manifesta la sua pericolosità. In questo modo, dunque, la Procura Nazionale può avviare direttamente l’iniziativa di prevenzione (strumento di contrasto ai patrimoni mafiosi molto efficace), raccogliendo tutti gli elementi utili a consentire al Tribunale territorialmente competente di emettere il decreto applicativo della sorveglianza speciale con obbligo di residenza e quello di confisca dei patrimoni accumulati illecitamente. Molto delicata – anche in una prospettiva di contrasto alla globalizzazione del crimine organizzato mafioso e terroristico – infine è la funzione di cooperazione internazionale svolta al Procuratore Nazionale Antimafia; grazie ad essa, infatti, le autorità giudiziarie italiane che indagano su organizzazioni mafiose italiane radicatesi all’estero possono avviare delle attività di diretto coordinamento investigativo con le autorità estere, così da mettere a fattor comune le informazioni raccolte e condividere le strategie operative utili a contrastare la presenza e l’infiltrazione sui territori esteri di mafiosi o di terroristi.
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