
Sin da quando siamo bambini gli insegnanti, nel descriverci il funzionamento dello stato italiano, ci dicono che “votare è un diritto e un dovere”, senza comprendere le reali implicazioni di quest’affermazione. Nel corso degli anni ci limitiamo a ripeterla mnemonicamente fino a quando non sembra perdere significato. Arrivati ai diciott’anni, al momento in cui si potrà finalmente votare i propri rappresentanti, molti di noi non sanno cosa fare: si fanno guidare dai genitori il più delle volte o si fanno trascinare nella fatale dinamica del “si vota il meno peggio” perché convinti che un voto, quello di un giovane o di chiunque altro, in fin dei conti, non possa fare la differenza. Ancor più spesso non vanno neanche a votare perché non interessati. Ci basta gettare lo sguardo verso un passato non troppo remoto per trovare i risultati di un problema che affonda le proprie radici nella cultura politica del nostro paese.
Le ultime elezioni europee, tenutesi a giugno, hanno visto l’affluenza alle urne italiane diminuire drasticamente, passando dall’85,65% del 1979 al 48,31% registrato quest’anno: un calo progressivo in poco meno di cinquant’anni che segnala i dubbi che si fanno sempre più strada tra i giovani. Abbiamo avuto modo di raccogliere le testimonianze e le opinioni di alcuni giovani tra i 17 e i 25 anni, immersi in una piccola realtà quale quella di Mondragone.
«Ci spingono a credere che sia inutile provare a lottare per qualcosa in cui crediamo con l’unico strumento che abbiamo a disposizione. – ci dice I., 22 anni – A volte ci convincono che sia così, che persino andare a votare sia una perdita di tempo. Se alle Europee è andata così, per le politiche si apre un altro discorso: molti non concepiscono il motivo per cui io debba votare un partito “piccolo”, “che non potrà mai salire”. Ma perché dovrei votare qualcuno che non mi rappresenta?». D., di 24 anni, fa riferimento a ciò che è accaduto in Francia: «Hai visto la Francia? È così che funziona una democrazia, almeno sulla carta. I francesi hanno avvertito il rischio di trovarsi come presidente un esponente dell’estrema destra e si sono armati del proprio voto. E ci sono riusciti. In Italia c’è questa tendenza a ignorare il problema per poi lamentarci».
La nostra attenzione si è poi spostata sulle generazioni più giovani, su quella fascia d’età che è prossima al raggiungimento dell’età del voto. Anche qui, come per gli altri, le opinioni sono piuttosto decise. «Io non capisco perché la gente non vada a votare. Che vi costa? Si tratta di uscire di casa e mettere la x su un nome. – sono le parole di F., 18 anni a novembre – Avete a disposizione un potere enorme che non tutti hanno. A me nessuno ha mai detto che votare è importante: l’ho capito da solo, perché la classe politica di oggi non mi rappresenta. Non voglio vivere in un paese dove le persone non provano nemmeno a cambiare le cose».
Il problema, qui, è evidente: gli italiani hanno gradualmente perso fiducia nelle istituzioni e nel potere della democrazia. Davanti a un processo simile, che appare irreversibile, i giovani di oggi si mostrano delusi e arrabbiati: pensano ai milioni di studenti fuorisede che devono fare i salti mortali per esercitare un loro diritto, ai figli degli immigrati nati e cresciuti in Italia che non possono votare, all’ignavia degli adulti. Se in Francia è bastato andare a votare per ribaltare completamente una situazione data per vinta, perché in Italia non ci riusciamo? Perché noi italiani siamo abituati ad abbassare la testa; la lotta, quella vera, ce l’hanno sempre insegnata gli altri paesi.
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