
In un paese che non reputa i giovani una priorità e che ancora si lecca le ferite dalle violenze di Pisa, diviene allora generazionale la lezione tenuta da Alessandro Barbero al Teatro San Carlo di Napoli lo scorso Lunedì 11 Marzo. Lo storico medievista ha qui tenuto la sua lectio “Federico II tra storia e mito” nell’ambito delle celebrazioni per gli 800 anni dell’Ateneo Federiciano.
La reale protagonista di questo incontro è però stata la risposta del giovane pubblico che ha affollato la platea ed il foyer del Teatro San Carlo. Vero spirito del mondo è l’animo dei giovani che dimostrano ancora una diversa sensibilità al cospetto della storia con una manifestazione pro Palestina a pochi minuti dall’inizio della lezione.
“Io e tutti i miei colleghi che fanno questo mestiere sappiamo che i giovani di oggi hanno una gran voglia di confrontarsi, di sapere, di discutere – aveva detto poco prima Barbero – Sappiamo che sono una bellissima generazione ed è una gioia vivere e lavorare in mezzo a loro”.
Poi la lezione inizia e cala per tutto il pubblico un religioso silenzio. “Impossibile pretendere di distinguere tra la figura storica di Federico II e la sua leggenda: già i suoi contemporanei hanno creato un’immagine di lui difficile da separare dal mito” ha esordito il professor Barbero. “Lo chiamavano il Puer Apuliae, ovvero il fanciullo che viene dalla Puglia, che tradurrei meglio con il ragazzo del Sud. Tuttavia, ad un certo la sua immagine tra i suoi contemporanei si sdoppia tra ammirazione e orrore a causa del suo controverso rapporto col papato e le accuse circa un presunto sentimento islamico. Lo stesso Papa Gregorio IX scomunicandolo lo descrisse come la Bestia dell’Apocalisse” – ha raccontato.
“In molti lo consideravano un impostore sostenendo che preferiva l’Islam al Cristianesimo ma non è vero. Addirittura Federico, che era nato a Jesi, la chiamava “la mia Betlemme”. Ecco, non era di certo modesto ma nemmeno musulmano” racconta con il sorriso. “Federico II – conclude – è di certo un personaggio figlio del suo tempo ma forse più grande della sua epoca, non tanto diversa dalla nostra per molti punti di vista”.
Quanto è difficile strapparsi un’etichetta di dosso? Bruciare fino a cancellare il marchio che t’ha sempre vestito d’abiti non tuoi e rischiarare di luce l’orizzonte incerto. La più grande piaga dei nostri giorni sono i giovani: svogliati, arroganti e saccenti. Maleducati e irrispettosi verso chi ha donato loro tutto, se ne stanno pigri nei loro libri e nei loro mondi. E se è vero che è più facile spezzare un atomo che un pregiudizio allora rimarremo per sempre succubi di una retorica che incastra e attacca la nostra nuova gioventù.
Rimarremo per sempre succubi di una retorica che manganella la nostra gioventù non appena prova a far sentire la propria voce. L’odio generazionale è intergenerazionale e attraversa tutte le epoche e tutti i volti della storia. “La nostra gioventù ama il lusso, è maleducata, se ne infischia dell’autorità e non ha nessun rispetto per gli anziani. I ragazzi d’oggi sono tiranni”. Eterno ritorno dell’uguale: è la nostra inesauribile incapacità di stare al passo coi tempi che tinge d’un manto di attualità addirittura le parole di Socrate, celebre filosofo greco vissuto nel V secolo a.C. Spietata e inesorabile la storia ha comunque fatto il suo corso, come la più naturale delle cose, seppellendo l’ascia prima e subito poi la carne di chi con tant’odio si opponeva ai giovani del suo tempo.
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