
Lo scorso 7 luglio l’OCSE (l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) ha rilasciato l’Employment Outlook 2026, il report annuale sulle prospettive occupazionali nei 38 paesi che aderiscono all’organizzazione. La sezione del report dedicata al nostro paese evidenzia un tema strutturale: le prospettive occupazionali dei cittadini dipendono dal luogo in cui vivono.
Infatti, nonostante il tasso di disoccupazione a livello nazionale abbia toccato il 5%, al netto di una media dei paesi OCSE del 4,9%, le disparità tra nord e sud in termini di opportunità lavorative e tenore di vita rappresentano una triste realtà. Tra la provincia che registra il tasso di occupazione più basso, Taranto con il 40,9%, e la provincia con il tasso di occupazione più alto, Firenze con il 73,6%, persiste una differenza di più di trenta punti percentuali.
Come evidenzia il report, questa disparità non riflette esclusivamente la differenza di composizione demografica tra i territori, ma rispecchia le opportunità economiche che le due zone offrono e, di conseguenza, uno squilibrio in merito al tenore di vita. La problematica si ripresenta ragionando anche sui tassi di disoccupazione nelle principali città italiane. In questo senso Napoli si aggiudica il primato per il tasso di disoccupazione più alto (20,4%), a fronte del tasso di disoccupazione della città di Brescia (1,5%), uno dei più bassi del paese.
Sebbene il report precisi che le disparità territoriali siano diminuite del 10,4% negli ultimi 16 anni, è bene specificare che negli ultimi anni l’economia è stata trainata dal settore delle costruzioni, ampiamente sussidiato dal Superbonus prima e dai fondi del PNRR poi. Con la chiusura imminente dei cantieri finanziati dai sussidi europei, c’è il rischio concreto di gravi ripercussioni sul PIL e l’occupazione al meridione. Il report inoltre, mette in luce un altro fattore che rischia di allargare nuovamente la forbice: la mobilità interregionale. Il fatto che i lavoratori che si spostano dalle zone a basso tasso di occupazione a quelle a tasso elevato siano più giovani e più istruiti dei lavoratori che scelgono di restare nelle regioni di provenienza, rischia di rafforzare le disparità territoriali nel mercato del lavoro, invece di ridurle.
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