
Era la padrona dei vicoli partenopei. La si poteva vedere per le strade, da un quartiere all’altro, e riconoscerla da lontano: nell’aspetto, nell’atteggiamento, negli arnesi da mestiere che portava con sé. Testa alta, abbigliamento impeccabile, acconciatura valida come biglietto da visita. Che fosse un vascio la sua destinazione od una casa nobiliare, non vi era differenza alcuna: l’obiettivo era quello di restituire il massimo splendore alla chioma della donna napoletana. ‘A capera era la pettinatrice partenopea, che tra un fermaglio e l’altro, coniugava la sua duplice attività: l’arte della capigliatura perfetta e la maestria del pettegolezzo.

Era dotata di grande loquacità, attraverso la quale riusciva a farsi raccontare qualsiasi confidenza dalla cliente di turno. Dalla Riviera ai Quartieri Spagnoli, dal Vomero a Santa Lucia: la capera frequentava due mondi opposti, anche con canoni estetici differenti. Sempre con abito elegante, sorriso e modi garbati, la parrucchiera a domicilio trovava sempre il modo di sistemare una chioma e nel mentre di ascoltare, dispensare consigli e diffondere o’ nciucio. Forbici, spazzola, fermagli e qualche pettenessa: questi gli arnesi di cui non poteva fare a meno.
Le signore napoletane erano solite provvedere autonomamente a lavare la propria chioma, lasciando alla capera il compito di pettinare ed acconciare. Eliminare i nodi, intrecciare i capelli oppure raccogliere le chiome in un tuppo, come si dice a Napoli. La regola era tagliare il meno possibile, giusto per rinforzare le punte e nulla più. Ma si badava bene a non disperdere quanto accorciato: ogni donna si prendeva cura delle proprie ciocche tagliate e provvedeva a bruciarle, onde evitare che finissero in mani sbagliate e si trasformassero in ingrediente per il malocchio. La capera era donna del vicolo, cresciuta senza istruzione, ma con il talento derivante quasi sempre da tradizione familiare. Era spesso figlia di capera stessa o di acconciacapille.
Portava con sé, oltre alla propria capacità, anche i segreti del mestiere. Le capigliature corvine venivano rinvigorite con minerali provenienti dall’antimonio nero, mescolato a grassi animali, o da infusi di foglie di cipresso macerate nell’aceto. Mentre per schiarire si utilizzava il grasso di capra e l’infuso di camomilla. Una professionalità fondamentale per l’estetica dell’epoca che sapeva destreggiarsi tra l’acconciatura della nobiltà e quella delle popolane.
Ma ciò che non poteva mancare, dall’appartamento alla strada, era sempre il sottile pettegolezzo. Quel diffondersi di notizie da una cliente all’altra. Caratteristica tutt’altro che superflua, racchiusa nei racconti degli artisti napoletani del passato e giunta fino ai giorni contemporanei. “Si proprio ‘na capera”: tuttora è un riferimento diretto a chi è amante dei segreti altrui. Un mestiere della Napoli antica, la cui storia riverbera tra i vicoli e le piazze, tra le strade e le persone: una figura che racchiude in sé cultura, tradizione e folklore partenopeo.
Oi Rosa, statte attienta a sta capera ca te pettina ‘a capa a fantasia! Tu certo ‘o nomme mio ll’e cunfidato, e tutta ‘a Speranzella ‘o ssape già: e io aggio voglia ‘e dì ch’hanno sbagliato, aggio voglia ‘e dì no, nun c’è che fa! – Versi di Salvatore Di Giacomo
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