
‘A mummarella sotto il braccio ed il suo cappello di paglia ad anticipare il solito richiamo che rimbomba per le mura dei vicoli partenopei. «Chi vo vevere! Chi veve!». È l’acquaiolo napoletano. Colui che vende sorsi freschi di un bene pregiato. Perché a Napoli ogni cosa diventa commercio e quella sua forma ambulante risulta essere l’unica speranza per i lazzari dell’Ottocento. Vassoio, bicchieri e un’anfora di creta piena d’acqua: bastava questo per muoversi lungo tutti i quartieri del capoluogo campano per vendere sorsi dissetanti e rigorosamente freddi.
L’acquaiolo ha per anni rappresentato una figura caratteristica della città di Napoli: simbolo della capacità stessa dei suoi abitanti di inventarsi venditori di qualsivoglia cosa. Un mestiere così rappresentativo che lo scultore Vincenzo Gemito realizzò per Francesco II di Borbone un’opera in bronzo rappresentante un giovane venditore di acqua sulfurea con la sua mummarella. Un’immagine simbolica che all’epoca era impossibile non associare a Napoli.
L’acquaiolo partenopeo, però, non era solo un commerciante ambulante. Nelle piazze principali della città, infatti, sorgevano anche quelli “a posto fisso”: le cosiddette banche dell’acqua. Banchetti attrezzati ed abbelliti con frutta fresca ed agrumi, che offrivano anche un’ampia selezione delle varie acque di Napoli. Matilde Serao, descrivendolo, parlò di «un monumento di ottoni scintillanti, di legni dipinti, di limoni fragranti, di bicchieri e di bottiglie, un monumento che è una festa degli occhi: il banco dell’acquaiolo».
Questo perché l’acqua poteva essere anche insaporita e resa ancor più dissetante con l’uso degli agrumi, fedeli alleati dell’acquaiolo. Nelle banche dell’acqua più attrezzate era anche possibile scegliere tra la varietà delle fonti del golfo partenopeo.
A Napoli, infatti, c’era l’acqua purissima che sgorgava in Vico Tre Cannoli, la fonte nei pressi di Santa Maria la Nova, l’acqua di Santa Barbara e quella del Leone dalle rocce tufacee di Posillipo.
Ma al di sopra di tutte vi era sempre lei, la regina unica ed indiscussa. La più ricercata e gradita, con il suo sapore ferroso: ‘a zuffregna, l’acqua sulfurea di Santa Lucia. Fresca e con qualità benefiche, la zuffregna era ambita ed irresistibile e, prestigiosa come lei, erano anche le sue acquaiole. Le luciane, infatti – abitanti del quartiere di Santa Lucia a Napoli – con le loro mummare ed il fazzoletto tra i capelli versavano nei bicchieri l’acqua che sgorgava in Via Chiatamone.
Un oro trasparente per i napoletani ed un mestiere che, come tutti gli ambulanti dell’epoca, negli anni si è evoluto, senza mai sparire del tutto dalla memoria collettiva. D’altronde, chi è ‘ca nun vo vevere nu poco d’acqua fresca?
Ogni matina scengo a Margellina,
me guardo ‘o mare, ‘e vvarche e na figliola
ca stà dint’a nu chiosco: è n’acquaiola.
[…] Ma i’ niente, tuosto corro ogni matína,
me vevo ll’acqua…
e me ‘mbriaco comme fosse vino.
Antonio De Curtis, in arte Totò
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