
Ormai è risaputo! Moda e architettura possiedono la medesima natura costruttiva: creano spazi per i macro e i microcosmi dell’uomo.
La moda, infatti, dialoga con tutti i vari spazi della creatività, ma con uno in particolare, quello dell’architettura, il dialogo e il rapporto sono da sempre privilegiati.
La multidisciplinarietà della moda costituisce così una vera ricchezza: il percorso multidisciplinare di designer e creative director rappresenta sempre più di recente un vero privilegio.
Tra i designer che hanno fatto del dialogo tra moda e architettura il loro brand identity annoveriamo Virgil Abloh, Miuccia Prada, Glenn Martens, Gianfranco Ferrè e Rei Kawakubo.

Il suo approccio alla creatività è olistico, ma il suo amore per l’architettura è indissolubile.
Lo stesso Abloh ha affermato «Ho creato il brand per investigare l’architettura».
Questo amore si è recentemente manifestato, oltre che con la creazione di città indossabili per la sfilata FW21 di Louis Vuitton, anche nei suoi continui richiami all’architetto che disegnò il campus dell’Illinois Institute of Technology dove Abloh studiò architettura ossia Mies Van Der Rhoe con lo studio delle linee e la scelta di uno stile modernista. “Studiare architettura nella Crown Hall ha avuto un forte impatto sulla mia estetica”.

È da tempo evidente ormai che la first lady della moda milanese sia particolarmente legata all’architettura: è dalla sua decennale amicizia con Rem Koolhaas, infatti, che è nato l’attuale design di Fondazione Prada, così come i set delle iconiche sfilate FW20 e FW21.
L’architettura gioca un ruolo fondamentale nello storytelling degli show di Prada: basti pensare, ad esempio, lo show FW16 che esprimeva l’ansia e il turbamento mimando il palcoscenico degli auto-da-fè.
Il set design dello show FW17 che, invece, rappresentava una stratificazione di architetture specchio della peculiarità estetiche della collezione.
Per la collezione FW18, poi, Miuccia invitò architetti e product designer a creare degli item in collaborazione per un set surrealistico. Vennero coinvolti Rem Koolhaas e il duo Jacques Herzog & Pierre de Meuron. Il primo disegnò uno zaino che si indossava sul petto, mentre Herzog e De Meouron una camicia a stampa decorata da motivi grafici che ricordavano i linguaggi antichi.

Astro nascente nel mondo della moda è senza dubbio il designer di Y/Project che, stagione dopo stagione, assume rilevanza sempre maggiore.
La specialità di Martens è la decostruzione, il vero e proprio discioglimento delle silhouette.
Forme nuove che accompagnano e accarezzano la figura umana.
Parte di questo approccio viene dai suoi studi all’Accademia Reale di Anversa; prima di studiare la moda, però, Martens studiò interior architecture al Sint-Lucas Ghent. Un periodo di studio che si dimostrò fondamentale : «Si può tradurre l’architettura nella costruzione dei capi; i pezzi sono assemblati come esperimenti di costruzione. Alcuni sono un po’ più esagerati e altri no. Ma ogni pezzo ha un tocco costruttivo».
Se si pensa alla storia della moda italiana, Gianfranco Ferré non può non essere ricordato e annoverato.
Come Glenn Martens e Virgil Abloh, il designer è un ex-studente di architettura. In lui però l’influenza della disciplina architettonica si sente con molta forza, tanto che in vita venne definito come l’architetto della moda e disse: «Sapevo che non avrei fatto l’architetto.
Ma posso affermare con sicurezza che, in tutti questi anni di attività, ogni mia creazione ha almeno un briciolo – e spesso molto di più – di quanto ho imparato al Politecnico di Milano».

La fondatrice di Comme des Garçons, Rai Kawakubo, in una delle sue interviste più celebri per Dazed & Confused Magazine, nel ’95, con Paul Smith nel ruolo del giornalista, disse: «Mi piacciono la semplicità e la spaziosità di Le Corbusier».
Nel suo classico stile secco e breve, quello che potrebbe sembrare solo un commento casuale, racconta invece un concetto ben più profondo: la designer si occupa materialmente di architettura, disegnando gli spazi dei propri negozi.
Il critico e scrittore inglese Deyan Sudjic scrisse nel saggio Rei Kawakubo and Commes des Garçons del 1990: «Non è troppo inverosimile vedere l’influenza del suo modernismo purista nella sua astrazione della moda nei fondamenti della consistenza, della forma e del colore».
Pertanto, due discipline creative apparentemente distanti tra loro sono in realtà indissolubili e il loro dialogo è imprescindibile nei vari percorsi creativi.
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