
Sono le 8.45 del 24 aprile 2013. Il Rana Plaza, un edificio commerciale di otto piani, sede di diverse attività tra cui alcune fabbriche tessili, e ubicato a Savar, vicino Dacca, in Bangladesh, si accartoccia su se stesso per cedimento strutturale. Il bilancio è di 1.134 morti e 2.515 feriti. La strage è una tragedia annunciata e – al tempo stesso – è la diretta conseguenza di un modello di produzione dal devastante impatto sociale e ambientale. Lo chiamano “fast fashion” e garantisce una sistematica produzione di capi d’abbigliamento a prezzi accessibilissimi grazie a uno spietato sfruttamento del lavoro, all’assenza di condizioni di sicurezza, e all’uso massiccio di fibre sintetiche derivate da prodotti petrolchimici. A distanza di più della tragedia al Rana Plaza 10 anni fa, la catastrofe rimane uno dei più angoscianti rimossi delle società occidentali.
Nel Rana Plaza lavoravano tremila operai, soprattutto donne. I sopravvissuti raccontano che i proprietari delle cinque fabbriche collocate all’interno del palazzo crollato, avevano ignorato gli allarmi lanciati proprio dagli operai, che denunciavano delle crepe sospette, e avevano costretto i loro dipendenti a lavorare nonostante il pericolo. Li avevano ricattati («altrimenti non vi paghiamo»), dice AsiaNews. Il 23 aprile, il giorno prima del crollo, alcuni ispettori avevano dichiarato il palazzo inagibile e pericolante. L’edificio di otto piani venuto giù come un castello di sabbia, dopo giorni di scricchiolii, crepe che si aprivano nei muri e ispezioni mal fatte, ha indignato il mondo intero.
«L’industria paga i salari più bassi al mondo, ma non ha la decenza di assicurare la sicurezza di chi lavora per vestire mezzo mondo”, ha detto Brad Adams, direttore per la sezione asiatica dell’organizzazione Human Rights Watch. La paga mensile di un operaio è di circa 28 euro e l’industria tessile impiega 3 milioni di persone, in maggioranza donne.
L’organizzazione accusa il ministero del Lavoro di Dacca di non fare controlli nelle fabbriche. «Non possiamo continuare ad assistere a un tale sacrificio di vite umane dovuto alla totale irresponsabilità di un sistema produttivo basato sulla competizione al ribasso» – afferma Deborah Lucchetti, referente della Campagna Abiti Puliti (la sezione italiana della Clean Clothes Campaign). Ma il tempo dell’azzardo sembra volgere al termine.
Nel Rana Plaza si producevano, tra gli altri marchi, vestiti per Mango, per l’inglese Primark, per l’italiana Yes-Zee. Sul loro sito web le aziende che producono abiti 24 ore su 24, elencano tra i propri clienti noti brand tra cui Wal Mart, C&A, Kik (già noti per l’incendio nella fabbrica Tazreen, dove sono morti in novembre 112 lavoratori; e, per quanto riguarda la tedesca KIK, per l’incendio della pakistana Ali Enterprises, dove quasi 300 lavoratori sono morti lo scorso settembre), oltre a Gap e l’italiana Benetton, che però ha negato il proprio coinvolgimento con un comunicato stampa ufficiale. I marchi della moda che portano la produzione in paesi, dove il costo del lavoro è infinitamente inferiore, la tassazione favorevole, i governi compiacenti, si trovano con le spalle al muro.
Dopo la tragedia del Rana Plaza 10 anni fa ci sono stati alcuni passi avanti nella sicurezza dei lavoratori del settore tessile. Nei mesi successivi al crollo, i marchi internazionali della moda e i sindacati bengalesi hanno siglato un primo accordo legalmente vincolante che ha introdotto un meccanismo di monitoraggio della sicurezza statica, elettrica e antincendio delle fabbriche, prevedendo ispezioni indipendenti e l’obbligo di compiere gli adeguamenti necessari.
Se il proprietario della fabbrica non agisce, l’acquirente internazionale può cancellare il contratto. Se il marchio che produce nell’edificio non a norma non si fa carico dei suoi obblighi, pretendendo il rispetto degli standard di sicurezza, può essere condannato a pagare i lavori necessari (come è avvenuto in un paio di casi).
Nel 2021 l’accordo è diventato internazionale con la sigla di oltre 190 brand e due organizzazioni sindacali globali. L’intento è di espanderne l’applicazione ad altri paesi e anche la portata comprendendo altri diritti dei lavoratori.
Le condizioni di lavoro dalla tragedia del Rana Plaza 10 anni fa sono ancora critiche: i salari sono estremamente bassi e gli orari di lavoro pesanti». Questo perché non sono cambiate le dinamiche economiche della filiera tessile. La causa ultima della tragedia del Rana Plaza va ricercata nella spinta a ridurre costantemente i costi e i tempi di produzione, il che si traduce inevitabilmente in una forte pressione sugli operai e in condizioni di lavoro precarie.
Lo sfruttamento dei lavoratori per il guadagno di grandi aziende non è una realtà solo in Bangladesh. Per esempio, l’Etiopia è diventata un’altra meta ambita dai marchi di abbigliamento in cerca di costi di produzione sempre più bassi. Lì la paga mensile minima per un operaio tessile è di soli 24 euro, a fronte di un salario di sussistenza stimato a 100 euro. E il settore della moda è lungi dall’essere l’unico in cui le condizioni di lavoro sono preoccupanti. La corsa al ribasso delle multinazionali è un problema che interessa l’intera organizzazione economica globale.
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