
Con “I piedi del mondo. Come le scarpe Nike hanno rivoluzionato l’immaginario globale“, Tommaso Ariemma – docente di Estetica e Sociologia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Lecce – offre una riflessione profonda su un oggetto che ha trasformato l’immaginario contemporaneo: le scarpe Nike. Il libro analizza come il marchio, nato nel 1964 grazie alla visione di Phil Knight e Bill Bowerman con il nome Blue Ribbon Sports, sia riuscito a spingersi oltre la mera funzione industriale e pratica delle calzature sportive. Nike è diventata un linguaggio universale, capace di unire estetica, mito e partecipazione. La svolta arrivò nel 1971, quando l’iconico Swoosh, disegnato da Carolyn Davidson, fece il suo debutto. Il marchio si lanciava così in una direzione inedita: non si trattava più solo di correre, saltare o competere, ma di fondere movimento, identità e simbolo. Ariemma, già autore di saggi come “Il corpo preso con filosofia. Body building, chirurgia estetica, clonazioni” (Il Prato, 2013), “La filosofia spiegata con le serie tv” (Mondadori, 2017) e “Filosofia degli anni ’80” (Il Nuovo Melangolo, 2019), conferma qui la sua capacità di intrecciare cultura pop e riflessione filosofica. Come afferma l’autore, “ciò che un tempo era cercato sulle vette dell’Olimpo oggi si trova ai nostri piedi”: le Nike diventano metafora di una modernità in cui l’ordinario si carica di significati universali.
Ciò che rende Nike unica è la capacità di incarnare un esempio perfetto di design freddo. Ariemma riprende il pensiero di Marshall McLuhan e della distinzione tra media caldi e freddi per descrivere una freddezza estetica che non è sinonimo di distacco, ma di riduzione del disordine simbolico e visivo. Linee pulite, materiali funzionali e la ripetizione industriale sono le caratteristiche che offrono un senso di controllo formale. Tuttavia, questa freddezza non allontana il fruitore: al contrario, invita alla partecipazione. Nike non si limita a progettare un oggetto, ma lo rende partecipe del corpo e del movimento umano, trasformando una semplice scarpa in uno strumento capace di connettere l’individuo al mondo. A questa estetica si lega il gioco, una dimensione che Ariemma esplora attraverso le riflessioni di Friedrich Schiller. Per Schiller, il gioco è la perfetta unione tra sensibilità e razionalità, l’esperienza più alta dell’umanità. Il movimento suggerito dal Swoosh rappresenta proprio questo impulso ludico: un ritmo dinamico e continuo, leggero e aperto alla sperimentazione. Nike non è solo competizione, ma anche rituale culturale. La figura di Michael Jordan negli anni ’80, con la linea Air Jordan, amplifica questa idea: Jordan non fu solo un atleta, ma un’icona globale. Ogni salto diventava un gesto carico di simbolismo, in cui ribellione, libertà e progresso si univano.
Questa capacità trasformativa è legata alla plasticità, concetto esplorato attraverso le riflessioni di Catherine Malabou. Nike non si limita a prendere forma, ma agisce come un agente attivo che dà forma al mondo. La sua produzione e il suo utilizzo plasmano corpi, comportamenti e immaginari. Simulando il “dominio dell’aria”, la scarpa diventa un oggetto rituale e culturale. Correre più veloce, saltare più in alto, superare i propri limiti: non si tratta più solo di azioni fisiche, ma di metafore universali del progresso e della spinta verso l’eccellenza. In questo equilibrio si inserisce anche la riflessione di Walter Benjamin sulla polarità tra apparenza e gioco. L’apparenza, con la sua perfezione formale, rimanda a una dimensione quasi sacrale, in cui l’oggetto diventa simbolo di culto. Il gioco, invece, introduce sperimentazione, partecipazione e inesauribilità. Le Nike incarnano questa doppia natura: oggetti perfetti nella loro estetica industriale, ma al tempo stesso strumenti di libertà creativa e movimento. Le scarpe Nike raccontano, dunque, molto più di una rivoluzione industriale: esse sono il simbolo di un mondo che trova senso e riscatto nelle cose ordinarie. Le Nike ci insegnano che un semplice oggetto può contenere un universo intero, perché la vera rivoluzione, come ci ricorda il mito, non si trova sempre in alto, ma a volte parte dal basso.
di Achille Callipo
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