
La notorietà dello sceneggiatore, pur fondamentale nel funzionamento della macchina che è il mondo del cinema, è spesso ignorata, sacrificata per il regista. Ma il nome di Cristiana Farina è più che noto: tra i volti più importanti del mondo della sceneggiatura italiano, ha alle spalle una carriera longeva ricca di grandissimi successi: Vivere, Centovetrine, la prima edizione del Grande Fratello, Un Posto al Sole, Amiche Mie, e la più recente Mare Fuori. Con lei, ho avuto modo di chiacchierare di alcune tematiche talvolta spinose del mondo dello spettacolo, prima fra tutti com’è essere una sceneggiatrice nel panorama italiano odierno.
«Si fa fatica, perché ovviamente è un mondo regolato da uomini – mi risponde Cristiana – e di conseguenza è difficile trovare uno spazio. Bisogna avere tanta pazienza, tante qualità e sicuramente tanto talento. Ma sono anche dell’idea che alla fine il talento abbatta le barriere. Il problema è che si rischia di essere usati. C’è sempre bisogno di qualcuno che metta il cappello sopra il tuo lavoro, perché ci si fida più degli uomini». Ricordando gli eventi di poche settimane fa che hanno scosso l’opinione pubblica, in materia di censura in televisione, la domanda che è sorta spontanea è stata se le fosse capitato di doversi rapportare a persone che hanno cercato di impedirle di affrontare determinate tematiche: «Ah, certo. Soprattutto nel servizio pubblico, non si devono offendere le grandi categorie. Non è un mondo libero in cui puoi dire o fare quello che vuoi. Quando scrivi qualcosa, ci sono altre dieci persone dopo di te che la leggono e possono dire di no». Nel discutere della figura del produttore e del suo rapporto con lo sceneggiatore, ha aggiunto: «In Italia i produttori illuminati si contano sulla punta delle dita di una mano. Solitamente hanno l’interesse di capitalizzare, di riempire la pancia della loro società. Sinceramente conosco pochi produttori che mettono al centro del loro interesse il prodotto e che, soprattutto, lo sappiano fare. Anche lì ti sfruttano e usano il tuo talento per far cassa».
Prendendo come spunto il monologo di Edoardo Leo a Sanremo, in cui dichiarava che nella società di oggi è fondamentale tenersi stretti gli artisti perché sono in grado di cambiare il mondo, ho domandato a Cristiana se fosse un discorso applicabile anche alla figura dello sceneggiatore: «È sicuramente un lavoro che può ispirare – ha detto –. Se facciamo l’esempio di Mare Fuori, ho ricevuto tantissimi ringraziamenti di genitori che hanno trovato nella serie la possibilità di riavvicinarsi ai figli. L’arte è una lettura della realtà; una lettura che riesce anche a sublimarla, a farti andare avanti fino a raggiungere una catarsi. Lo sceneggiatore, purtroppo, in questa organizzazione industriale non è così avvantaggiato nel portare avanti il proprio messaggio». In questo discorso, mi ha poi raccontato della sua esperienza con Mare Fuori, serie di cui è ideatrice e di cui, tuttavia, a partire dalla quinta stagione non lo sarà più: «Ho deciso di andar via da Mare Fuori proprio perché si stava allontanando molto dalla mia concezione. Il mio lavoro non era più protetto da nessuno: né dal produttore, né dagli editori, né dal regista o dagli attori. Ognuno aveva messo del suo, e questa cosa mi ha creato molto disagio. Ci sono delle situazioni che io non riconosco, perché non sono come le avevo intese quando scrivevo».
Quello che potrebbe essere definito un “rischio del mestiere” legato ad un lavoro collettivo sottolinea, infine, una problematica seria del mondo della serialità italiana: «In America, nei paesi in cui esiste la serialità industriale, vi è la figura dello showrunner che è una figura di controllo. È tutto molto organizzato. Non c’è margine di interpretazione. Esistono, però, dei momenti di verifica in cui ognuno dice la sua e lì si cambiano le cose, che poi saranno quelle che andranno in onda. Il vestito che la serie indossa è sempre lo stesso. Gomorra ha sempre lo stesso stile, nonostante abbia cambiato registi. In Mare Fuori no: c’è stata una libertà da parte di tutti senza una vera guida che abbia mantenuto lo stesso vestito. Si è persa la sua identità».
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