
Lo sappiamo già che i social hanno trasformato profondamente il nostro modo di comunicare, informare e – soprattutto – giudicare. Proprio su questo ultimo aspetto, i social sono diventati la nuova scena per inediti tribunali dove puoi essere giudicato colpevole anche senza un processo vero e proprio. Sono il palcoscenico per le moderne inquisizioni, conservando però uno stile medievale. Oggi per descrivere questi processi social e televisivi, si usa il termine di “gogna mediatica“.
Con l’avvento dei social network, il concetto di innocenza fino a prova contraria è superato, sostituito da un’opinione pubblica che condanna a priori, senza il supporto di un equo processo legale. Ma cosa succede quando una persona, ancora imputata e non condannata, viene esposta a una simile violenza mediatica? E quali sono le conseguenze di questa pratica pericolosa?
Facciamo un passo indietro: se oggi i social hanno letteralmente scavalcato gli ormai antiquati giornali e le superate televisioni, cosa accadeva quando l’informazione si avvaleva di questi “obsoleti” strumenti per diffondere notizie? Un esempio emblematico di questo fenomeno è il caso di Amanda Knox. Accusata dell’omicidio della studentessa britannica Meredith Kercher, la Knox è stata sottoposta a una brutale gogna mediatica, non solo in Italia ma anche a livello internazionale. Prima ancora che la giustizia avesse modo di fare il suo corso, i media e l’opinione pubblica avevano già emesso la loro sentenza. Le accuse infamanti e le speculazioni sulla sua vita privata, hanno reso impossibile una valutazione imparziale dei fatti. Anche dopo la sua assoluzione, il danno alla sua reputazione è stato irreparabile.
Come non ricordarsi allora del caso di Johnny Depp, accusato di violenza domestica dall’ex moglie Amber Heard. In quei giorni, l’attore è stato sbattuto in prima pagina come un mostro da abbattere. Depp ha subito una vera e propria crociata mediatica. Nonostante Depp abbia vinto una causa per diffamazione contro Heard nel 2022, il processo mediatico che ha dovuto affrontare ha causato un danno significativo alla sua carriera e immagine pubblica. Le accuse, alimentate dai media e amplificate sui social, hanno fatto sì che molti lo considerassero colpevole ancor prima che venisse presentata qualsiasi prova concreta. O comunque, dopo un regolare processo. Anche se la giuria ha ritenuto Depp vittima di diffamazione, il peso della gogna mediatica ha avuto conseguenze durature sulla sua vita personale e professionale. Se si va ad intaccare determinate tematiche molto care a questi giudici da tastiera, la shitstorm e la gogna mediatica si abbattono senza se e senza ma. Non curanti delle aule di tribunale dove il giudice – e soltanto lui – può emettere una sentenza.
Ricordate di Kevin Spacey? Forse sì. Dico ‘forse’ perché oggi è stato letteralmente distrutto, lavorativamente parlando, così come la sua reputazione personale è stata oramai compromessa. La sua carriera si è interrotta dopo le accuse di molestie sessuali. Anche se alcune delle accuse contro di lui sono state ritirate o sono risultate non fondate, il danno causato dalla copertura mediatica e dalla reazione dei social è stato devastante. Spacey è stato rimosso da produzioni cinematografiche e televisive, e la sua immagine pubblica è stata irrimediabilmente danneggiata. Questo caso sottolinea come la pressione dei social media possa influenzare rapidamente e drasticamente la percezione pubblica di un individuo, spesso senza un adeguato processo legale.
Questi casi dimostrano come i social network o il giornalismo del “sbatti il mostro in prima pagina” possano amplificare enormemente le accuse contro un imputato, trasformando una persona ancora presunta innocente in un colpevole di fronte all’opinione pubblica. La differenza tra imputato e condannato risiede nella necessità di un processo giusto e imparziale, dove tutte le prove siano valutate da un tribunale competente. Tuttavia, la pressione mediatica spesso pregiudica questo diritto fondamentale, creando pregiudizi difficili da eliminare.
In un articolo a cura di Guido Scorza, troviamo la storia della ristoratrice Giovanna Pedretti, morta, forse suicida, forse per non aver resistito a un’onda di onta social che l’ha travolta a poche ore di distanza da un’altra onda, egualmente alta, di popolarità sui social che, invece, lei stessa aveva cavalcato. Di seguito la vicenda: la ristoratrice pubblicò sui social un commento di un suo cliente che lamenta il fatto di aver dovuto mangiare vicino a una coppia gay e a una persona con difficoltà motorie e, sotto, la sua risposta con la quale invitava il cliente in questione a non frequentare più il suo ristorante, considerata la sua disumanità. Per i social, per i giornali e per la televisione e per il mondo della politica Giovanna diventa in una manciata di ore una campionessa nazionale di civiltà e umanità.
Ma a meno di un giorno di distanza, Lorenzo Biagiarelli, food blogger, pubblica un post che mette in dubbio quello della Pedretti: forse il commento del cliente insensibile e disumano è inventato. Si trattava di una mossa pubblicitaria. Uscita la notizia, apriti cielo: la ristoratrice non regge alla gogna e si suicida. Sappiamo troppo poco della morte di Giovanna, della fondatezza delle accuse che le sono state rivolte, dell’accanimento con il quale lo si è fatto e del rapporto ammesso che vi sia – tra eventi che il calendario propone in una certa correlazione. Ci racconta Guido Scorza che in meno di 72 ore una donna è stata portata in trionfo sui social e condannata alla gogna mediatica, secondo qualcuno, addirittura, condannata a morte per l’insostenibilità, almeno nella dimensione soggettiva, della gogna.
Le dinamiche della gogna mediatica sui social network sono alimentate da un desiderio di giustizia sommaria, spesso dettata dall’emotività e dalla mancanza di informazioni complete. Le piattaforme social favoriscono la viralità dei contenuti scandalistici e accusatori, incentivando una cultura del linciaggio che non lascia spazio alla riflessione critica. Questo fenomeno è particolarmente pericoloso poiché può influenzare anche le decisioni giudiziarie, mettendo a rischio l’equità del processo legale .
Alla luce di questi casi, è imperativo che la società rifletta sul ruolo dei social nella formazione delle opinioni pubbliche e nella gestione della giustizia. La gogna mediatica non solo mette a rischio i principi fondamentali del diritto, ma infligge anche danni irreparabili agli individui coinvolti. È necessario un approccio più responsabile alla comunicazione online, che privilegi l’informazione verificata e il rispetto del principio di innocenza fino a prova contraria.
L’educazione digitale e la regolamentazione delle piattaforme social devono andare di pari passo per prevenire gli abusi e garantire che la giustizia rimanga un processo equo e imparziale. Solo così potremo evitare che i social network si trasformino in tribunali sommari, capaci di rovinare vite senza una giusta causa.
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