
Nel racconto della genesi del suo progetto Achille Centro, fondatore di Vascitour, ha tenuto a sottolineare la differenza tra turista e viaggiatore. Il viaggiatore va alla ricerca del contatto con gli abitanti locali, dell’autenticità dei posti che visita. Non si accontenta della pizza fritta o della limonata a cosce aperte, ma cerca di raggiungere il substrato della cultura partenopea toccando con mano l’atmosfera popolare dei vicoli di Napoli.
«Nel 2012 mi venne questa idea ispirata al mio modo di viaggiare: quando viaggio mi piace avere un contatto diretto con gli abitanti locali e una lettura delle città non da turista ma da viaggiatore, e cerco sempre di entrare nell’identità del luogo che vado a visitare. Presentai il progetto per un bando che il MIUR pubblicò proprio nel 2012 per premiare i progetti innovativi delle università del Sud Italia. Prendeva già allora il nome di Vascitour ed era ispirato a quel turismo lento dal carattere esperienziale. Al tempo c’era l’interesse di dare importanza a quartieri che erano ancora bistrattati come il Rione Sanità e i Quartieri Spagnoli. Mi venne poi in mente di trasformare i bassi in case vacanze, così come già accadeva altrove da anni, come in Puglia con i trulli. A questo si accompagnava anche il concetto di home restaurant, un modo innovativo di assaggiare i piatti della tradizione napoletana cucinati da chi li prepara ogni giorno nelle proprie case. In sostanza offrivamo la possibilità di vivere nella casa di un napoletano, di mangiare a casa di un napoletano e di vivere la città attraverso quartieri autentici che allora non rientravano negli itinerari più conosciuti».
«I bassi napoletani per molto tempo sono stati un aspetto della città di cui vergognarsi, da nascondere. Erano considerati un po’ volgari, ma in realtà fanno parte della nostra cultura da secoli e bisogna studiarli per capirne l’origine. Ho pensato di rendere onore al basso, di metterlo in risalto perché per molto tempo ha dato la possibilità a tante persone di non vivere per strada e di avere un tetto. Quello del soggiorno nei bassi è il servizio che, almeno fino al 2020, ha avuto più successo. I nostri viaggiatori sono sempre stati entusiasti dell’idea di poter vivere la città dal suo cuore pulsante: ricordo con affetto degli ospiti russi che hanno iniziato a sedersi fuori ai bassi come vedevano fare alle signore che ci abitavano, prendevano il caffè con loro o mettevano lo stendino fuori la porta. Negli ultimi anni c’è stata un’evoluzione del turismo a Napoli: siccome i bassi non sono di nostra proprietà, i proprietari hanno preferito affidarsi a piattaforme come Booking e Airbnb. Oggi quando ci chiedono l’alloggio mettiamo direttamente in contatto il viaggiatore con l’host. Tuttavia, durante i tour cerchiamo ancora di mostrare le storie che fanno onore a queste abitazioni semplici».

«Noi abbiamo la fortuna di affrontare un fenomeno che si è già verificato a Firenze, Venezia, Barcellona, e sulla base delle esperienze pregresse dovremmo muoverci in modo che ci sia un’organizzazione migliore di quella attuale. Non esiste che le persone che abitano al centro storico debbano lasciare le proprie case per assecondare la smania per i b&b, che tra l’altro non rendono come 15 anni fa perché ce ne sono troppi. Io penso che ci voglia maggiore controllo, anche perché questo tipo di turismo che mette in affanno la città crea un costo maggiore del guadagno: il turista medio che arriva a Napoli al comune costa, e non poco. La maggior parte di loro non chiama la guida, non va al ristorante, va al bar magari solo per usare il bagno: bisogna puntare sul turismo di qualità piuttosto che su quello di quantità».
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