
C’è voluto tempo per renderli pubblici, ma gli Xinjiang Police File sono ora consultabili grazie all’instancabile lavoro di un team di agenzie indipendenti che fa luce sulla presunta detenzione da parte dello Stato cinese di oltre un milione di uiguri nei campi di internamento. La documentazione comprende una gigantesca mole di materiale testuale e fotografico che appura tutta la macchina da guerra messa in moto dal regime cinese per asfaltare ogni tratto culturale ed identitario degli uiguri presso la popolazione dello Xinjiang.
In tutto l’archivio spicca un’allocuzione del ministro per la pubblica sicurezza cinese risalente al 2018 in cui figura 14 volte il nome di Xi Jinping, identificato fin da subito come regista e architetto del piano di coercizione e ghettizzazione degli Uiguri. Vale la pena di leggere alcuni passaggi di questo intervento:
«Uno dei nostri più grandi successi è la deradicalizzazione, le autorità regionali dello Xinjiang impediscono con efficacia lo studio clandestino del corano e sono pervenute a sradicare radici legami e origini di questo sistema di trasmissione di una dottrina religiosa estremista».
Vi sono alcune testimonianze di veri e propri attentati alla vita privata di minoranze etniche in Cina tra cui gli Uiguri ma anche i Kazachi e gli Uzbeki. Molti credenti confermano di essere stati costretti a “ospitare” nelle proprie case infiltrati di stato appartenenti all’etnia Han, maggioritaria in Cina. Inviati a interrogarli e a sorvegliarli, senza limiti di tempo nella permanenza, i membri di intere famiglie, bambini compresi.
Sulla vita dei renitenti che hanno provato anche solo a opporre resistenza a questa prassi, degna della peggior distopia Orwelliana, è piombato lo spettro della reclusione immediata nel girone infernale dei pletorici apparati di detenzione cinesi.
L’incontro in videoconferenza tra l’alta Commissaria dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, Michelle Bachelet e Xi Jinping, davanti alle allerte di numerose Ong che ricordavano come circa un milione di uiguri sia transitato negli internati dello Xinjiang, Michelle Bachelet ha dato prova di un «mutismo selettivo francamente incomprensibile» scrive Sébastien Le Belzic, corrispondente in Cina del Journal Du Dimanche.
«Solo qualche manifestazione di lievi rimostranze rispetto alla situazione in Xinjiang non è bastato ad annacquare quello che per il resto non è stato che un formidabile esercizio di propaganda cinese» lamenta un portavoce del congresso mondiale uiguro in esilio.
«Il motivo ufficiale? Era una visita, non un’inchiesta» spiega Bachelet, inerte di fronte all’uscita di Xi secondo cui i diritti umani non costituirebbero una questione da politicizzare. Davanti a un grado di repressione che molti organi istituzionali, fra cui per esempio l’assemblea nazionale francese non esitano a qualificare come genocidio, diciamo che c’è poco altro da dire. Il fatto è che per il regime cinese la religione è assimilabile al Covid-19: una malattia dello spirito anziché del fisico. Ma poco cambia e se dall’altra parte l’Onu organizza incontri in cui più che ospiti appaiono “camerieri”, lo spazio per ulteriori riflessioni fatica a stagliarsi.
La missione della Cina per contrastare il “pericolo” per lo stato cinese, che gli Uiguri presumibilmente rappresentano, dipende dalla cancellazione dell’identità degli Uiguri come popolo e dall’assicurare che anche le loro generazioni future siano intrise di quella nuova identità. Centinaia di minoranze e gruppi etnici in tutto il mondo hanno affrontato l’estinzione culturale, politica, religiosa e reale attraverso le pratiche e le politiche di uno stato più potente.
L’esperienza delle repubbliche baltiche dell’ex Unione Sovietica è una lezione oggettiva. «Il crollo dell’Unione Sovietica ha scatenato una marea di attività religiosa in alcune parti dell’Asia centrale. Insieme alle forme moderate e tradizionali della fede islamica, l’Islam radicale è riemerso nelle comunità musulmane delle repubbliche dell’Asia centrale», scrive Mariya Y. Omelicheva.
Perché? Omelicheva continua: «Povertà, discriminazione e altri tipi di angoscia… costringono le persone a cercare e abbracciare opinioni alternative sulla natura e sulle cause dei loro problemi. In assenza di altri mezzi praticabili per esprimere il dissenso e apportare cambiamenti, le persone possono rivolgersi a gruppi islamici radicali che forniscono risposte facili e soluzioni semplici alle preoccupazioni sociali e individuali».
In altre parole, le stesse politiche che la Cina sta praticando sugli Uiguri e sulla maggior parte della sua popolazione musulmana portano ad un aumento, non a una diminuzione, dell’adesione all’Islam radicale, peggiorando il problema che Pechino pretende di risolvere.
I file della polizia dello Xinjiang hanno portato maggiore consapevolezza al crimine contro l’umanità perpetrato dal governo cinese. La speranza per il futuro è che ci sarà un maggiore controllo sulle azioni della Cina nello Xinjiang e che la comunità internazionale agisca per ritenere la Cina responsabile delle sue azioni. La situazione nello Xinjiang è piuttosto cupa e si teme che peggiorerà se non verrà intrapresa alcuna azione.
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