
Il Ministero dell’Interno, attraverso Invitalia, ha avviato il percorso per realizzare a Castel Volturno un Centro di permanenza per i rimpatri da 120 posti nell’area de La Piana. Una scelta che non riguarda soltanto l’immigrazione irregolare, ma tocca il cuore della storia urbanistica, ambientale e politica della città. Quei terreni, finiti nella disponibilità del Demanio dopo la lunga vicenda legata alla transazione tra lo Stato e le società dei Coppola, erano stati destinati a un parco pubblico naturalistico con un finanziamento di 500mila euro. Lo Stato ritratta e in due anni in quell’area si spenderanno 43 milioni di euro per la costruzione di un carcere per immigrati irregolari.
Ma cosa significa portare avanti un Cpr nella città simbolo delle inefficienze sulla gestione dell’immigrazione irregolare? Per capirlo dobbiamo partire da un punto: a Castel Volturno il problema dei migranti non è mai stato affrontato con risolutezza dal governo. Non è mai stato fatto un censimento delle presenze, né approvata alcuna legislazione speciale tanto decantata, l’ultima in ordine di tempo era stata proprio la premier Giorgia Meloni. Il Comune “più africano d’Europa” da anni è un porto franco per migliaia di immigrati, che qui trovano soluzioni abitative di fortuna e un mercato del lavoro pronto ad accoglierli come manodopera a bassissimo costo e senza diritti. Nel frattempo, il costo di una popolazione fantasma è scaricato sui contribuenti, che pagano costi più alti per servizi come i rifiuti e hanno un ente comunale paralizzato da un debito strutturale fisso di 5 milioni di euro all’anno.
Tasse salate per avere in cambio disservizi e degrado. E invece di affrontare questo stallo, il Ministero dell’Interno decide di utilizzare il bluff di un CPR da 120 posti, in cui vivranno fino a 18 mesi gli immigrati irregolari raggiunti da provvedimento di espulsione. Un’ipotesi che, se si concretizzerà, renderà solo più manifesto il fallimento delle politiche nazionali sull’immigrazione. Da un lato un piccolo carcere, dall’altro un Comune che continuerà ad avere vani occupati da irregolari, mercati neri paralleli e un numero di presenze che farà lievitare disservizi, costi e degrado per i contribuenti. Ecco perché, davanti a tale complessità, la scelta di un Centro di Permanenza e Rimpatrio per 120 persone ha il sapore di un bluff di Stato.
L’area individuata per il CPR è in località La Piana. Parliamo di una porzione di territorio che rientra nella lunga e controversa vicenda urbanistica legata alla transazione tra lo Stato e le società dei Coppola, una delle pagine più delicate della storia recente di Castel Volturno e di Pinetamare. La transazione del 2005 serviva a definire il lungo contenzioso sui terreni, prevedendo anche forme di compensazione attraverso beni e opere pubbliche. In sintesi, con la transazione lo Stato definiva la questione della proprietà e del possesso di quei terreni. E ai Coppola veniva chiesto di compensare l’uso improprio di quelle aree attraverso la consegna di beni e la realizzazione di opere pubbliche.
Tra questi impegni c’erano anche i terreni de La Piana: circa 63 ettari finiti nella disponibilità del Demanio. Ebbene, su quel terreno lo Stato aveva previsto un intervento da 500mila euro per realizzare un parco pubblico a vocazione naturalistica. Oggi, invece, viene invertita completamente la rotta: non più un parco naturalistico ma un centro di detenzione. Ma andiamo nel dettaglio. È proprio nei documenti ufficiali della transazione che vediamo le chiare intenzioni che aveva all’epoca lo Stato. Alla Piana bisognava creare “un parco territoriale scientifico per il tempo libero”.

Non solo, nei vari passaggi l’accordo ribadisce che, a prescindere dell’ipotesi progettuale, l’area può essere utilizzata per:
• La realizzazione di un’area umida per fauna e avifauna;
• un parco pubblico;
• una soluzione mista. L’obiettivo era offrire uno spazio aperto ai cittadini.
Oggi invece il parco pubblico esce di scena, in barba alla transazione. E fa spazio a 43 milioni di euro ed un Cpr che ospiterà 120 persone.
C’è un aspetto che, più di altri, rivela la debolezza politica dell’operazione: il metodo. Secondo quanto già ricostruito da Informare, non risulta un tavolo formalizzato con data, calendario e interlocutori ufficiali, mentre il bando per l’opera è già concreto. Non ci sarebbe stata, almeno nella fase iniziale, una piena interlocuzione con l’ente comunale, che si è trovato a rincorrere la decisione più che a partecipare alla sua costruzione. Un Governo può avere una linea sull’immigrazione. Può decidere di rafforzare la rete dei CPR. Può ritenere strategica la presenza di una struttura in Campania. Ma non può considerare secondario il rapporto con il Comune che dovrebbe ospitarla.
Ma lo smacco al sindaco, e quindi alla città tutta, è avvenuto alla fine di Aprile con le dichiarazioni dell’on. Gianpiero Zinzi. Il deputato leghista afferma che il Ministro Piantedosi è aperto al confronto con il Vescovo Lagnese. Una scelta emblematica: se c’è un interlocutore a cui dare priorità assoluta, quello è proprio l’ente comunale. L’Italia è uno Stato laico e, per quanto meritorie siano le tesi della Chiesa, sarebbe politicamente grave scavalcare il primo cittadino e la Giunta per dialogare con una guida spirituale. Perché il Ministro evita l’interlocuzione con l’ente? C’è forse l’imbarazzo di Piantedosi a mettersi al tavolo con un sindaco su cui ci sono quattro indagini giudiziarie?
Nel frattempo, il sindaco auspica che il governo delinei “un programma più ampio e strutturale per Castel Volturno, fatto di sicurezza, investimenti, infrastrutture, servizi e attenzione concreta”. La verità è che, se l’Esecutivo avesse avuto un piano per Castel Volturno, lo avrebbe già annunciato. Ma se un tavolo ci sarà, la domanda consequenziale è: quale sarà il prezzo del Cpr? Quali garanzie si chiederanno a un governo vicino alla scadenza elettorale e che ha annunciato misure mai realizzate a Castel Volturno? Il comune litoraneo, nel corso della sua storia, ha subìto scelte scellerate emerse da trattative che non sono mai state condotte con l’obiettivo di difendere il territorio e il suo sviluppo.

L’esempio più emblematico è quello del terremoto degli anni ’80, con la requisizione delle seconde case da parte dello Stato in cambio di una manciata di posti di lavoro garantiti al Comune e di alcuni riconoscimenti finanziari. Continuando negli anni, ricordiamo il riconoscimento di 1 milione di euro all’anno (per soli 3 anni) da parte della Regione Campania come “ristoro” per tutti i danni patiti da Castel Volturno e dai suoi cittadini. Un vero e proprio “contentino”, così come il Protocollo d’intesa firmato dall’allora Ministro Minniti, un documento che non è mai riuscito a incidere seriamente sul territorio. Il rischio concreto è che dal futuro ed eventuale tavolo emerga un altro accordo-contentino. Tutto in cambio di un centro di detenzione per immigrati che marchierebbe definitivamente il territorio.
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