
Il 2022 ha avuto un nuovo record del minimo di nascite (393 mila, evento statistico unico dall’Unità d’Italia sotto le 400 mila) insieme ad un elevato numero di decessi (713 mila), nascite in calo anche nel primo quadrimestre del 2023. Nel 2022 abbiamo 361 mila iscrizioni anagrafiche dall’estero, con una forte influenza migratoria dovuta alle movimentazioni legate al conflitto in Ucraina. Ed il Governo invece di intavolare una serie di azioni programmatiche concrete, veloci ed efficaci per contrastare la denatalità del Paese, partorisce il bonus Maroni 2023.
L’incentivo, cioè un aumento di stipendio netto per chi sceglie di posticipare il pensionamento nonostante abbia maturato i requisiti quota 103, cioè 62 anni di età e 41 anni di contributi. Anche se gli argomenti proposti dai media di massa qualche volta dimenticano un’Italia continuamente logorata da una crisi sociale ed economica profonda ed invisibile, la vera apocalissi viene fuori se si analizzano i dati agghiaccianti del benessere dei giovani tra i 18 ed i 34 anni: povertà salariale perenne, precarietà assoluta e senza trazione di alcuna mobilità sociale, benessere psicologico devastato nel cercare il proprio posto nel mondo, a volte presentata come una pretesa faziosa, come una colpa, una punizione soggettiva flagellante.
Senza ulteriormente sottolineare le enormi difficoltà di inclusione di donne e giovani nel mondo del lavoro, quasi due milioni di loro in Italia non studiano, né lavorano. La quota di Neet è al 20%, cioè circa 1,7 milioni di persone, trovandoci sopra la media Ue di oltre 7 punti, in fondo dopo di noi troviamo solo la Romania. In fase di analisi analitica sociale ed antropologica il fenomeno Neet permane come cifre più alte tra le ragazze (20,5%) e per chi è residente nel Mezzogiorno (27,9%) e gli stranieri (28,8%).
Il tasso di disoccupazione giovanile al 18% ed in alcune regioni del meridione tocca livelli tali da deserto sociale. Da noi la povertà aumenta più che in qualsiasi altro Stato della Comunità Europea, a confronto con i dati del 2011 e se provieni da una famiglia meno abbiente hai alte possibilità di restare nelle medesime condizioni finanziarie infatti risultiamo tra i paesi Ue, eccetto Bulgaria e Romania, ultimi in questa analisi.
Chi lavora in Italia guadagna circa 4 mila euro l’anno in meno rispetto a chi lo fa ina area Ue e circa quasi 9 mila euro in meno con chi lavora in Germania. Il reddito lordo da lavoro dipendente si aggira intorno ai 27 mila euro, quasi il 15% in meno rispetto media Ue e del 23% a quella tedesca, nel 2021, a parità di potere d’acquisto. Luttuosa la crescita dei salari in Italia negli ultimi dieci anni, sempre in riferimento all’area euro, con staticità inaudite, aumenti vertiginosi dei beni primari, inflazione e mancate protezioni di welfare indispensabili per i più vulnerabili agli scossoni delle emergenze internazionali continue.
Dunque, “LARGO AI GIOVANI”, politiche sociali totalmente deludenti ed anacronistiche quelle del governo. Solidale con chi è emigrato, emigra o emigrerà, mentre ci distraggono con ALTRO, salari, potere d’acquisto, pensioni e previdenza saranno i coefficienti della povertà futura delle masse, con una polarizzazione sociale devastante tra ricchezza e miseria.
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