
Le persone transgender vivono in un contesto clinico in cui la prevenzione oncologica è frammentaria, talvolta assente, e raramente pensata su misura. A fronte di un crescente numero di studi scientifici che evidenziano un aumento del rischio oncologico in questa popolazione, la risposta della medicina istituzionale resta ancora debole e disallineata.
Molte persone transgender intraprendono terapie ormonali per allineare il proprio corpo alla propria identità. Nelle donne trans, ciò comporta l’assunzione prolungata di estrogeni, negli uomini trans, invece, l’uso di testosterone. Questi trattamenti sono fondamentali per il benessere psico-fisico delle persone trans, ma possono influenzare anche il rischio di sviluppo di alcuni tumori.
Uno studio condotto nei Paesi Bassi, pubblicato su The BMJ, ha evidenziato che le donne trans trattate con estrogeni presentano un rischio significativamente maggiore di tumore al seno rispetto agli uomini cisgender. L’incidenza rimane comunque più bassa rispetto alle donne cis, ma i tumori tendono a manifestarsi in età più precoce, con una media stimata di 52 anni contro i 61 delle donne cisgender. Nel caso degli uomini trans, il rischio oncologico per ovaie, utero e cervice uterina resta incerto: non esistono dati conclusivi, ma i medici raccomandano cautela, soprattutto in assenza di interventi chirurgici. Le terapie ormonali non sono da demonizzare, ma devono essere accompagnate da un monitoraggio a clinico attento e consapevole.
Il sistema sanitario pubblico in molti paesi, inclusa l’Italia, struttura le campagne di screening sulla base del genere anagrafico e non sugli organi presenti. Questo approccio esclude automaticamente molte persone trans da controlli fondamentali. Una donna trans con ghiandola mammaria, ad esempio, potrebbe non ricevere alcuna chiamata per la mammografia. Allo stesso modo, un uomo trans che conserva utero e cervice non viene invitato al Pap test. Il risultato è che molte diagnosi avvengono tardi, quando le possibilità di trattamento sono ridotte. L’accesso agli screening non può più essere determinato dal genere legale: serve un cambio di paradigma verso un approccio organo-specifico.
In Italia, l’accesso alle cure sanitarie per le persone transgender resta limitato e disomogeneo. I centri pubblici specializzati sono pochi e concentrati nelle grandi città, con liste d’attesa che possono superare i sette anni per terapie ormonali o interventi chirurgici. A questo si sommano ostacoli economici, la rimborsabilità delle cure varia da regione a regione, e discriminazioni sistemiche: il 34-46% delle persone trans ha subito episodi ostili da parte del personale sanitario, spesso poco formato e privo di strumenti adeguati. In risposta, l’Istituto Superiore di Sanità ha avviato iniziative formative e creato il portale InfoTrans, mentre alcune regioni e società scientifiche stanno promuovendo linee guida per migliorare l’inclusività del sistema. Ma il divario tra diritti riconosciuti e cure effettivamente accessibili resta profondo.
La salute delle persone trans è anche influenzata dal contesto sociale in cui vivono. Discriminazione, stigma e marginalizzazione aumentano l’esposizione a fattori di rischio noti per lo sviluppo tumorale, come fumo, alcol e infezioni a trasmissione sessuale. Tra queste, l’HPV (papillomavirus umano) è particolarmente diffuso sia nelle donne trans che negli uomini trans, con percentuali ben superiori alla media nazionale.
L’HIV, più comune tra le donne trans che hanno rapporti sessuali con uomini cisgender, aggrava ulteriormente il rischio oncologico, facilitando l’insorgenza di tumori correlati all’immunodepressione come il sarcoma di Kaposi o il linfoma non-Hodgkin. La prevenzione primaria, come la vaccinazione HPV, è spesso carente o non offerta in modo sistematico alla popolazione transgender (GAVI, 2022). Affrontare il cancro nella popolazione trans significa anche ridurre la vulnerabilità sociale e migliorare l’accesso alle strategie preventive
Ad oggi, la maggior parte dei protocolli sanitari non contempla le specificità anatomiche e cliniche delle persone transgender. Il risultato è un vuoto assistenziale che si traduce in diseguaglianze evidenti. Le maggiori società scientifiche, tra cui la American Cancer Society, raccomandano l’adozione di linee guida basate sugli organi presenti, non sul sesso registrato, per tutte le forme di screening e monitoraggio oncologico. Accanto a questo, diventa imprescindibile la formazione del personale sanitario: i medici devono essere in grado di comprendere e rispettare le esigenze delle persone trans, evitando linguaggi patologizzanti e creando ambienti medici in cui ogni individuo possa sentirsi al sicuro. La ricerca, infine, deve includere la popolazione transgender in studi clinici, raccogliendo dati che oggi mancano e impediscono una corretta pianificazione sanitaria.
Solo una medicina informata, equa e rispettosa potrà garantire alle persone transgender gli stessi diritti di prevenzione e cura. Il rischio oncologico nelle persone transgender è una realtà documentata, ma ancora troppo spesso trascurata. Terapie ormonali, barriere agli screening, infezioni e fattori sociali si sommano, delineando un quadro complesso ma affrontabile. Non si tratta solo di correggere protocolli: si tratta di riconoscere diritti, eliminare barriere e costruire un sistema sanitario realmente accessibile a tutti. Rendere visibile il rischio è il primo passo per prevenirlo. E garantire salute a tutte le identità è, oggi più che mai, una responsabilità collettiva.
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