
Sono passati quasi dieci anni dall’approvazione della legge 107/2015, la cosiddetta Buona Scuola. Una riforma presentata come rivoluzionaria: maggiore autonomia per gli istituti, valorizzazione del merito, alternanza scuola-lavoro (oggi PCTO), investimenti in innovazione e formazione continua dei docenti. L’obiettivo dichiarato era colmare il divario con i sistemi scolastici europei, più vicini al mondo del lavoro e capaci di personalizzare i percorsi educativi. Ma oggi, nel 2025, guardando alle aule e ai corridoi degli istituti italiani, la domanda è inevitabile: la scuola italiana cosa offre davvero ai suoi studenti?

Un punto emblematico è quello dell’istruzione professionale, regolata dal Decreto Legislativo 61/2017. Questo decreto aveva l’ambizione di ridisegnare i percorsi quinquennali, dare centralità ai laboratori e rafforzare il legame con il territorio e con il tessuto produttivo. Il caso degli istituti alberghieri è paradigmatico. Sulla carta, l’offerta è ricca: corsi di cucina, sala-bar, accoglienza turistica, esperienze dirette con imprese e ristorazione. Nella realtà, però, molte scuole lamentano carenze strutturali: laboratori insufficienti, attrezzature obsolete, scarsa connessione con le aziende locali. L’esperienza pratica viene rimandata a momenti successivi — stage poco incisivi o, per chi prosegue, agli ITS (Istituti Tecnici Superiori). «Dovremmo fare pratica ogni settimana, ma spesso le esercitazioni cominciano tardi nel corso dell’anno scolastico, per mesi non si scende in laboratorio e quando ci si arriva non ci sono ingredienti o macchinari. Così finiamo per restare in classe a guardare video o schede tecniche. Ma non è la stessa cosa», racconta Luca (nome di fantasia), 17 anni, studente di quarta all’alberghiero. Il risultato? Un paradosso: un settore, come quello turistico-alberghiero, che in Italia avrebbe un’enorme richiesta di professionalità, continua a non trovare personale adeguatamente formato. E gli studenti, spesso, si sentono intrappolati in un percorso che non li prepara davvero al mondo del lavoro. «Ogni estate cerchiamo camerieri, receptionist, baristi. Arrivano studenti con diplomi, ma senza esperienza reale. Li dobbiamo formare noi da zero. È frustrante per tutti», commenta Marco R., titolare di un hotel sulla riviera domiziana.
Molti Paesi europei hanno integrato da tempo formazione teorica e pratica, creando un sistema duale scuola-impresa che funziona come ponte diretto verso l’occupazione. In Italia, invece, il dualismo resta incompiuto: la scuola tende a essere autoreferenziale, le imprese poco coinvolte, i PCTO percepiti più come obbligo burocratico che come reale opportunità. La conseguenza è duplice: da un lato gli studenti escono con competenze deboli, dall’altro il mercato del lavoro non trova risposte adeguate. Un cortocircuito che pesa soprattutto sui giovani delle aree periferiche e del Sud, dove le scuole spesso mancano delle condizioni minime di funzionamento. «Il problema non è la mancanza di norme, ma la mancanza di sistema. Le scuole italiane hanno percorsi teorici, le imprese non sono abbastanza coinvolte, i PCTO restano formali. Siamo lontani da un vero modello duale», osserva una docente di accoglienza turistica.
Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) ha destinato miliardi alla scuola: edilizia, laboratori digitali, nuove tecnologie. Ma cosa è cambiato davvero? «Abbiamo ricevuto tablet e stampanti 3D, ma senza formazione adeguata rischiano di restare inutilizzate. I soldi sono arrivati, ma la capacità di trasformarli in didattica di qualità è minima», dice un dirigente scolastico calabrese. «Ci hanno dato un laboratorio nuovo di accoglienza turistica, ma senza personale tecnico. Così i ragazzi lo usano poco o nulla», aggiunge un insegnante dell’alberghiero. La riflessione è che in Italia il problema non è solo la scarsità di fondi, ma la loro gestione frammentata, discontinua e senza una visione pedagogica unitaria. Eppure, tra le pieghe di questo scenario, emergono gli eroi silenziosi della scuola italiana: docenti che, nonostante tutto, credono nel loro ruolo e si inventano soluzioni creative per garantire ai ragazzi un’offerta educativa più ricca. Ma restano eccezioni, non sistema.

La distanza tra le ambizioni del legislatore e ciò che accade nelle classi resta abissale. Non si tratta solo di cattiva applicazione dei decreti, ma anche di resistenze culturali, soprattutto da parte di una parte del corpo docente che vive ogni riforma come un’imposizione calata dall’alto. In più, la cronica mancanza di risorse, gli stipendi bassi, la precarietà e l’assenza di formazione continua, quella vera, non aiutano a motivare insegnanti che dovrebbero essere il fulcro del cambiamento.
L’Italia continua a oscillare tra annunci e realtà, tra riforme scritte e incapacità di tradurle in pratiche efficaci. La personalizzazione dei percorsi resta uno slogan: piani individuali (PFI), orientamento, laboratori digitali sono previsti ma troppo spesso solo sulla carta. La scuola resta, più che altro, un meccanismo di sopravvivenza, dove gli studenti cercano di resistere fino al diploma, senza la garanzia di competenze solide né di prospettive professionali. Il territorio nazionale è frammentato: eccellenze e sperimentazioni virtuose convivono con istituti che arrancano. Ma senza un investimento strutturale e una visione comune, il rischio è che questa frammentazione diventi il vero marchio della scuola italiana.
A dieci anni dalla Buona Scuola, l’impressione è che la scuola italiana sia rimasta un cantiere aperto e mai concluso.
A Palazzo Santa Lucia è stata presentata la 64esima edizione del Giro di Campania, alla presenza dell’Assessora allo Sport...
La Costiera Amalfitana brucia ormai da giorni. Tra la devastazione e le fiamme alimentate dai forti venti, si lavora incessan...
Il 16 settembre 2026 sono stati ultimati i lavori riguardo il restauro dell’edicola votiva di San Gennaro, situata in piazz...
Come ogni mese torna la nostra rubrica culturale “Leggere che passione”, ecco i due libri consigliati ai nostri lettori. ...