
La tragedia dei quattro braccianti brutalmente uccisi ad Amendolara, in provincia di Cosenza, riaccende i riflettori dell’opinione pubblica su un cancro che i nostri territori si portano dietro da troppo tempo: il caporalato. I lavoratori, pagati miseramente e sotto lo stretto controllo dei caporali, si erano ribellati chiedendo un contratto regolare. Sono stati proprio i caporali ad ucciderli, dando fuoco alla macchina all’interno della quale erano stati bloccati.
Il rischio più grande a cui l’opinione pubblica è esposta quando si affronta una notizia di questa gravità, è quello di trattare questi exploit di violenza come casi isolati. È proprio questa lettura di superfice che consente a politici come la Premier Giorgia Meloni di dichiarare pubblicamente rammarico per questo episodio, senza sentire la necessità di mettere in discussione le politiche nazionali sull’accoglienza e le evidenti falle del Decreto Flussi.
Quello del caporalato, infatti, è un fenomeno in aumento: ce lo raccontano i dati del VI rapporto del Laboratorio sullo sfruttamento lavorativo e sulla protezione delle vittime, curato dal Centro di ricerca interuniversitario L’Altro Diritto, in collaborazione con l’Osservatorio Placido Rizzotto e la FLAI CGIL. Questo laboratorio monitora annualmente l’applicazione della legge 199 del 2016, ovvero la principale legge italiana che contrasta lo sfruttamento lavorativo e punisce chi recluta manodopera per destinarla al lavoro presso terzi in condizioni di sfruttamento: i caporali.
Dall’ultimo rapporto emerge un incremento di circa il 50% dei casi di sfruttamento rilevati in tutto il Paese. L’agricoltura resta il settore maggiormente interessato da quanto rilevato dalle inchieste in materi. Tuttavia, il rapporto evidenzia anche come il fenomeno stia emergendo con maggiore evidenza anche in settori come servizi di cura e assistenza, edilizia, logistica, commercio. Un dato incoraggiante però c’è ed è quello sulle crescenti denunce da parte dei lavoratori, supportato da una task force composta dall’Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL) e dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM). Denunce coraggiose che, come ci dimostra la cronaca, rimangono estremamente pericolose per i lavoratori.
Come giornalisti che lavorano a Castel Volturno quando pensiamo al caporalato pensiamo alle nostre zone e a come possiamo agirvi denunciando le condizioni lavorative dei braccianti. Ma c’è un dato da tenere a mente: il caporalato è un fenomeno spalmato su tutta l’Italia, e il rapporto lo testimonia. Nel Sud Italia è stata raccolta poco meno della metà dei dati del rapporto, il 25% è stato raccolto nel Centro e il 30% al Nord. Non si può più parlare di aree circoscritte: l’espansione del fenomeno su altri settori oltre l’agricoltura fa sì che questo coinvolga sia aree agricole che territori altamente industrializzati.
Ma perché le persone migranti sono così esposte al fenomeno del caporalato? Questa domanda banale ha una risposta precisa e affonda le sue radici nella Legge n. 40 del 1998: la Turco-Napolitano. Questa legge ha legato profondamente l’ingresso regolare o la regolarizzazione successiva all’arrivo in Italia, ovvero il rilascio del Permesso di Soggiorno, all’attività lavorativa. Secondo molti giuristi è stata proprio questa legge a creare le condizioni che rendono il lavoratore migrante non solo economicamente ma anche legalmente dipendente dal proprio datore di lavoro. Ed è proprio su questa vulnerabilità che lucrano i caporali. Fino a quando le norme sull’immigrazione non cambiano lo sfruttamento, le violenze e gli abusi rimarranno all’ordine del giorno. La politica deve tenerlo presente.
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