
Ma dove finiscono i vestiti della fast fashion? Parte dei vestiti che vengono buttati via quotidianamente in varie parti del mondo viene depositata in una grande discarica illegale a cielo aperto che si trova alla periferia di Alto Hospicio, una città di 130mila abitanti all’estremità occidentale del deserto di Atacama, nel nord del Cile.
Ogni giorno camion carichi di abiti raggiungono indisturbati la discarica e li depositano illegalmente a cielo aperto. Si tratta perlopiù di tessuti sintetici, derivati dalla plastica, che per decomporsi in modo naturale possono impiegare oltre 200 anni. Nel frattempo, rilasciano sostanze inquinanti nel suolo. Come se non bastasse, di tanto in tanto qualcuno incendia la catasta con l’intenzione di ridurla e libera così fumi tossici che raggiungono la città.
Quello dello smaltimento dei rifiuti tessili non è un problema nuovo per il Cile, che da tempo è uno dei principali paesi che importano abiti di seconda mano. Si calcola che ogni anno nel nord del Cile arrivino circa 59mila tonnellate di vestiti prodotti in paesi come Cina o Bangladesh. Vengono messi in commercio in Europa e Stati Uniti e poi finiscono nel paese perché invenduti. Come ha raccontato di recente National Geographic, questi abiti arrivano in Cile soprattutto attraverso il porto di Iquique, che si trova a pochi chilometri da Alto Hospicio. Dal 1975 è una zona franca, pensata per facilitare il trasporto internazionale delle merci e per incentivare l’economia locale. Oggi a Iquique lavorano più di 50 importatori di abiti di seconda mano che possono beneficiare dell’assenza di dazi e imposte doganali.
L’industria della moda è una delle attività umane che hanno un impatto ambientale maggiore a livello globale per molti aspetti, tra cui la produzione di acque reflue, le emissioni di gas serra e la dispersione di microplastiche negli oceani. L’impatto ambientale a livello globale del settore è così esteso che la Commissione economica per l’Europa delle Nazioni Unite lo ha definito «un’emergenza ambientale e sociale».
Si teme che il problema possa ulteriormente peggiorare, visto che la Banca Mondiale ha stimato che entro il 2050 il totale dei rifiuti prodotti a livello globale ammonterà a 3,4 miliardi di tonnellate all’anno, contro i 2,01 miliardi del 2016. Per comprendere l’impatto del fast fashion sull’ambiente è fondamentale considerare le diverse fasi del ciclo di vita di un capo. Al primo posto c’è la produzione: il fast fashion è sinonimo di un alto tasso di produzione, il che significa che sono necessarie enormi quantità di energia e risorse per produrre vestiti. Il processo produttivo prevede l’utilizzo di sostanze chimiche dannose, come coloranti e candeggina, che inquinano l’ambiente. La produzione di tessuti sintetici, come poliestere e nylon, comporta anche l’utilizzo di risorse non rinnovabili (come il petrolio).
Secondo punto: i trasporti. Anche la movimentazione dei prodotti fast fashion dai Paesi in cui vengono prodotti fino ai negozi al dettaglio contribuisce all’impatto ambientale. Il settore dei trasporti incide in modo prepotente sulle emissioni di gas serra. L’elevata domanda di prodotti fast fashion implica la necessità di più camion, navi e aerei per trasportarli.
Punto numero tre: l’utilizzo. I tessuti sintetici utilizzati per realizzare questi indumenti rilasciano microfibre nei corsi d’acqua ogni volta che vengono lavati. Queste microfibre sono dannose per la vita marina e finiscono nella nostra catena alimentare.
Lo smaltimento dei prodotti fast fashion è una delle sfide più ardue che il settore deve affrontare. L’alto tasso di produzione significa che ci sono molte scorte invendute che finiscono nelle discariche. Questi indumenti impiegano centinaia di anni per decomporsi e, nel frattempo, rilasciano sostanze chimiche tossiche nell’ambiente.
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