
Dopo il casino vecchio di San Leucio in Caserta e il Real Sito della Lanciolla ad Acerra, noi di Informare siamo andati nel cuore della campagna calena, nel territorio di Sparanise, dove sorge — o meglio, sopravvive — uno dei luoghi più significativi e dimenticati della memoria storica del Sud Italia: il Casino Reale del Demanio di Calvi. Un tempo secondo solo a Carditello per estensione e importanza agricola nel Regno di Napoli, oggi è ridotto a rudere, soffocato da erbacce, rifiuti e indifferenza.

Un po’ di contesto storico: tutto ha inizio nel XVIII secolo, quando Carlo III di Borbone, fondatore della dinastia duosiciliana, mise gli occhi sul Demanio di Calvi: un bene collettivo, formalmente inalienabile, dove le popolazioni di Calvi e Sparanise godevano del diritto d’uso civico per il legname. Fu proprio qui che il sovrano, affascinato dalla bellezza dei boschi, decise di avviare battute di caccia reali, affittando i terreni dal barone Luigi Zona — che, però, non poteva vantare diritti sul bosco stesso, riservato all’uso collettivo.
Il Demanio visse momenti cruciali durante la rivoluzione napoletana del 1799, che vide protagonisti due nobili di Sparanise, Leopoldo e Stanislao de Renzis, rispettivamente ministri della guerra e dell’interno della breve Repubblica Partenopea. Alla caduta della repubblica, Leopoldo venne giustiziato dai sanfedisti borbonici in piazza Mercato.
Con la restaurazione dei Borbone, e la crescente ostilità verso la famiglia De Renzis, il re Ferdinando II decise di forzare la mano: con un decreto regio del 1832, il Demanio venne dichiarato bene reale ed ereditario per i figli maschi del re, ignorando completamente i diritti storici dei comuni di Calvi e Sparanise.
Fu imposto un presidio militare borbonico e venne ordinato il taglio del bosco e la distruzione dell’ambiente naturale per cancellare definitivamente ogni pretesa di uso collettivo. Il bosco, un tempo patrimonio condiviso, scomparve per sempre.
Il Casino dell’Antico Demanio di Calvi fu edificato nel 1779, su progetto degli architetti Francesco Collecini e Gaetano Patturelli. Comprendeva dodici stanze, due saloni, una cappella, un fienile e un piazzale ellittico dove si correvano le gare equestri. Il pianterreno era affidato ai contadini custodi, mentre il piano superiore era riservato al re e alla corte. Accanto al Casino fu costruita anche una chiesetta, oggi a rischio crollo.
Durante la Seconda guerra mondiale, il sito fu adibito a scuola rurale per i bambini sfollati. Ma con il tempo, e dopo l’Unità d’Italia, anche i Savoia provarono a mantenere il possesso del sito, finché su iniziativa del sindaco di Sparanise Annibale Ranucci, il Demanio fu restituito alla popolazione e destinato ad uso agricolo.

Il sito borbonico, un tempo vivace centro di vita rurale e aristocratica, è oggi un monumento abbandonato, divorato dalla vegetazione e dall’incuria. Una parte dell’edificio è stata abbattuta per fare spazio a una strada, il resto è preda del degrado.
Nel 2008, la Regione Campania stanziò 50.000 euro come contributo straordinario per il restauro del Casino Reale di Sparanise, come riportato nel Bollettino Ufficiale della Regione Campania n°5 Bis del 4 febbraio. Non possiamo linkarvi il documento perchè su internet ci dice “pagina non trovata”. Vedete qui. Da allora? Nessun intervento concreto. Tutto è rimasto come prima.
Quella del Casino Reale di Calvi è la storia di un’Italia meridionale che lotta per non perdere la memoria. Un pezzo di storia borbonica, agricola, politica e sociale che meriterebbe ben altro destino. A ricordarcelo restano le macerie di un sito reale che fu fulcro di economia, cultura e potere… e che ora chiede solo di essere salvato dall’oblio.




Articolo a cura di Gianrenzo Orbassano e Gianmario Ricciardi
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