
Le feste appena trascorse hanno portato via il casino e lasciato un po’ di serenità. Ad essere sereno è anche Franco Alfieri, presidente della provincia di Salerno e sindaco di Capaccio Paestum, che ha deciso di non rassegnare le sue dimissioni nonostante gli arresti conseguiti dal procedimento penale in corso a suo carico.
Il presidente della provincia di Salerno, sostenitore storico di Vincenzo De Luca, è indagato dalla Procura di Salerno in merito ad un sistema corruttivo in atto su alcune gare d’appalto. Non parleremo dell’indagine, su cui abbiamo dedicato apposito approfondimento, ma piuttosto analizziamo la scelta del presidente-sindaco di non dimettersi. Le misure cautelari per Franco Alfieri lo hanno portato agli arresti domiciliari dal 3 ottobre, dopo aver trascorso un mese in carcere. Parliamo di un’indagine importante della Procura di Salerno, con elementi tali da aver coinvolto nella rete degli indagati anche la sorella di Alfieri, legale rappresentante della Alfieri Impianti srl.
L’Italia è un Paese strano e la morale non sottende più alle storiche “regole non scritte” della politica. In qualsiasi altro Stato europeo, la sola indagine con accusa di aver condizionato delle gare d’appalto avrebbe determinato la fine istantanea della carriera di quel politico. Il tutto assume connotati più gravi se si ricopre una carica pubblica di carattere istituzionale (come nel caso di Alfieri .ndr). Sia chiaro: nessuno dice che Franco Alfieri sia colpevole dei reati ipotizzati, ma la riflessione che si intende fare è incentrata sul rapporto tra morale e politica nella nostra Regione (e non solo).
L’indagine non è una conferma, ma pone interrogativi fin troppo grandi per chi ricopre cariche pubbliche e gestisce con grandi poteri discrezionali (ahìnoi legittimi) consistenti somme di enti quali comune o provincia. Presumibilmente i cittadini amministrati da Alfieri, così come i suoi elettori, non potevano mai immaginare delle accuse così importanti riguardo il proprio rappresentante. Ecco perché, in loro rispetto e in virtù di misure cautelari, il politico sceglie di fare un passo indietro almeno fino allo scioglimento di qualsiasi sospetto.
Si tratta di un principio che ha “distinto” l’area dem dal centrodestra, creando uno dei dibattiti politici più ridondanti e inefficaci. Purtroppo anche i democratici iniziano a risentire di un ricambio generazionale che in politica stenta ad avvenire, lasciando margine a politici di lungo corso che a volte mettono in imbarazzo il partito. È del PD anche Franco Alfieri, che oggi rappresenta un vero proprio “caso” per il coordinamento regionale dem. Si tratta di una doppia morale consolidata del partito guidato da Elly Schlein, che da un lato grida alle dimissioni di Giovanni Toti e dall’altro tace su questioni imbarazzanti che bollono in casa propria.
L’indagine sul presidente della Provincia di Salerno e sindaco di Capaccio getta inevitabilmente ombre su tutta la sua gestione, che è quindi quella dell’intero ente, che Alfieri rappresenta in toto. Spesso sentiamo dire “il sindaco è il padrone di casa” oppure “quando si è sindaci non si hanno tessere di partito, si è sindaco di tutti i cittadini“. Ed effettivamente è così: l’istituzione rappresenta non solo il suo elettorato, ma tutta la cittadinanza che amministra.
La rappresentanza è fondata su princìpi di integrità e rigore morale, valori che vanno tutelati dinanzi a delle accuse gravissime, al punto da estendersi alla cerchia familiare dell’Istituzione. Dimettersi, a fronte di un arresto, è stato spesso un atto consequenziale ma oggi non lo è più, soprattutto a causa del disinteresse dell’opinione pubblica al dibattito politico provinciale/comunale.
Alla provincia di Salerno il presidente esercita il suo ruolo mentre è agli arresti domiciliari e tutto sembra essere diventato normale.
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