
Custode silenzioso di secoli di storia, il Castello di Casertavecchia rappresenta un affascinante paradosso, sospeso tra il fascino del passato, l’eccellenza della ricerca universitaria e le complessità della burocrazia contemporanea. Negli anni ‘60 del IX secolo, il monaco benedettino Erchemperto formalizza l’esistenza di Casa Hirta nella sua celebre opera Historia Langobardorum Beneventanorum. Sebbene le tradizioni locali legassero la costruzione del castello all’epoca di Pandone il Rapace, Conte di Capua, la comunità scientifica concorda sul fatto che il recinto murario originario si sia consolidato in epoca normanna (XI-XII secolo).
Le informazioni latitano almeno fino al 1277, anno in cui si certifica l’esistenza della Torre, quando Carlo I d’Angiò ne assegnò la custodia al Signore di Avellino, Bertrando del Balzo. Presumibilmente di epoca sveva, la torre si presenta dislocata dal resto del circuito del castello, quasi fosse un organismo architettonico a sé stante. Strutturata su tre livelli, il piano inferiore ospitava una cisterna utilizzata in passato per la raccolta di acqua potabile; quello superiore fungeva da livello residenziale, mentre una scala in pietra interna collegava i vari saloni intermedi fino al terrazzo di ronda superiore.
Ad oggi la torre rimane totalmente inaccessibile al suo interno per motivi di sicurezza. Inoltre, l’intero complesso è caratterizzato da una diversa titolarità: il recinto castellare appartiene al Comune di Caserta, mentre la grande Torre Mastio è di proprietà dello Stato italiano (Ministero della Cultura). La facciata del settore orientale del palazzo residenziale è stata ricostruita negli anni ‘80 sotto la guida della Soprintendenza ai Beni Architettonici dell’epoca, che ha riedificato le mura seguendo le tracce delle antiche fondazioni.
In anni recenti, le indagini condotte dal Dipartimento di Lettere e Beni Culturali dell’Università “Luigi Vanvitelli” rappresentano l’elemento di maggiore vitalità e valorizzazione scientifica del sito. Nel 2017, il Comune di Caserta, assieme alla Soprintendenza Archeologia, BelleArti e Paesaggio per le province di Caserta e Benevento e al sopracitato Dipartimento, siglò un protocollo d’intesa per la nascita del “Parco Archeologico della Pineta e del Castello di Caserta Antica”. Nel 2018, la sezione Archeologia del Dipartimento avviò attività di ricognizione e rilievo presso il castello.
Nel 2019 iniziarono le indagini archeologiche condotte in regime di concessione ministeriale prot. n. 23738/2019 sotto la direzione scientifica del prof. Nicola Busino. Dal 2021 al 2026, l’attività è entrata nel vivo con l’apertura di ben 8 saggi di scavo. In questa fase, la gestione delle attività sul campo si consolida ulteriormente con la presenza del dott. Salvatore Napolitano nel ruolo di responsabile operativo dell’area di scavo. Il primo saggio in assoluto fu aperto sulla terrazza, ma gli archeologi furono costretti a richiuderlo quasi subito a causa della fuoriuscita di spazzatura e detriti risalenti proprio agli anni Ottanta. Il decreto di concessione rilasciato dalla Direzione Generale del Ministero dei Beni culturali è fondamentale per garantire la prosecuzione delle attività sul sito.
Dal punto di vista della fruizione pubblica, va fatta una precisazione tecnica essenziale: il castello non è propriamente chiuso, ma inagibile per motivi di sicurezza complessiva. Significa che le sue strutture non possono essere destinate stabilmente ad attività aperte al pubblico o a una libera fruizione per ragioni di sicurezza. In qualche occasione, come il Chimera Fest 2025 (organizzato dal community hub La Finestra, che supporta concretamente la ricerca offrendo vitto e alloggio agli archeologi durante il periodo lavorativo), è stato possibile organizzare visite guidate lungo percorsi in sicurezza.
Durante questo evento, il Progetto Casertavecchia ha mostrato il frutto delle scoperte, riscuotendo un enorme successo. Se l’interazione istituzionale tra l’Università e il Ministero dei beni culturali ha reso possibile alcuni importanti esiti della ricerca, garantendo al tempo stesso un’attività formativa di altissima qualità per gli studenti, il dialogo con l’amministrazione comunale resta difficile, specie nell’ultimo biennio. La riapertura del castello al pubblico rappresenterebbe una svolta strategica per il territorio.
Da un lato, l’inserimento del sito nei circuiti turistici ufficiali ne garantirebbe la tutela e la manutenzione come pilastro della memoria storica locale. Dall’altro, la fruizione pubblica diventerebbe una vetrina d’eccellenza per valorizzare le attività di scavo e ricerca del dipartimento, trasformando la cultura in un volano di sviluppo economico per l’intera comunità.
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