
La mostra “Il cavallo bianco, gravido” di Patricia Domínguez alla Fondazione Made in Cloister chiuderà il 20 dicembre. L’artista cilena ha visto iniziare la sua mostra a fine settembre. Per la prima volta le diverse video-installazioni vengono esposte nello stesso spazio. Ciò offre la possibilità per il pubblico di osservare il filo rosso che unisce la produzione artistica di Domínguez.
Tutto nasce dal cavallo bianco, protagonista della mostra e suo filo conduttore. La figura del cavallo, riemersa con il restauro dell’affresco del chiostro, incarna il paradosso tra conservazione e trasformazione. Comparso quasi per caso nel martirio di Caterina d’Alessandria, oggi apre una via di fuga da quella narrazione. Non è solo un simbolo, ma un archivio vivente delle metamorfosi della natura quando viene catturata dalla cultura. Domínguez ne segue le tracce dall’arrivo in Sud America con i conquistadores spagnoli. Piegarono i territori alle proprie visioni imperiali, fino alle odierne accademie equestri, dove i cavalli sono addestrati a coreografie estranee al loro istinto.
Il cavallo, tuttavia, resiste: rifiuta la disciplina imposta, riafferma una spinta ribelle e si propone come compagno di futuri ancora da scrivere. Come l’affresco, che mantiene la propria luminosità nonostante il tempo e il degrado, il cavallo conserva un potenziale trasformativo, opponendosi ai protocolli di dominio e addestramento. Per la curatrice, “è un monito per ricordare che l’emancipazione può arrivare senza il rifiuto della contaminazione, bensì imparando a metabolizzare quest’ultima, ripensando e ricodificando la tossicità in nutrimento”. Accompagnano la foto numerosi ex-voto. Ognuno di questi accompagna i 5 altari presenti nella mostra e sposa i valori della Fondazione. L’arte contemporanea, nelle loro parole, dovrebbe dialogare con i luoghi in cui arriva, stimolandone la vocazione creativa. In questo caso, gli ex-voto sono stati realizzati da alcuni orefici napoletani.

Quando il sapere ancestrale incontra la logica estrattiva del tardo capitalismo, il risultato non è solo uno scontro frontale, ma l’apertura di uno spazio intermedio, ibrido e generativo. È in questa zona di confine che si colloca la pratica di Patricia Domínguez, che intreccia cosmologie indigene, tecnologia e critica ecologica per mettere in discussione le opposizioni tra tradizione e modernità, natura e artificio, sacro e profano.

I suoi altari cibernetici danno vita a ecosistemi simbolici in cui serpenti e droni, manufatti precolombiani e immaginari tecno-industriali coesistono in relazioni inattese. I santuari dedicati all’Acqua, alla Terra, alle Piante, agli Animali e all’Invisibile non si limitano a rappresentare mondi diversi, ma attivano processi di trasformazione reciproca, fondati sull’alleanza tra le specie e sulla contaminazione come forma di resistenza.
Al centro del lavoro di Domínguez c’è una ricerca che unisce etnobotanica, spiritualità e attivismo politico. Dalla denuncia della privatizzazione dell’acqua in Cile, segnata dalla monocoltura intensiva di avocado, fino ai film e alle installazioni che mettono in dialogo scienza, ritualità e memoria planetaria, l’artista propone un ripensamento radicale del nostro rapporto con il vivente. La sua pratica suggerisce che, in un contesto di crisi ecologica e sociale, nuove possibilità emergono dall’intreccio fertile tra saperi, mondi e temporalità differenti.
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