
Sono passati quarant’anni da quel giorno di settembre in cui un giovane giornalista napoletano, Giancarlo Siani, a bordo della sua Mehari verde, fu sparato da due killer del Clan Nuvoletta, morendo sul colpo. Siani fu ucciso nei primi giorni di autunno dell‘85, a causa dei suoi articoli, delle sue ricostruzioni, delle inchieste da lui portate avanti: fu ucciso perché lavorò come ogni vero giornalista dovrebbe fare nel proprio territorio. Da allora il dovere, l’onere e l’onore di ricordarlo, di portare avanti la sua memoria, è stato trasferito a tutti noi, suoi concittadini ma anche giovani cronisti.
Ad oggi la sede di Informare è intitolata alla memoria di Giancarlo Siani, e in occasione dell’anniversario del suo assassinio, due fra le nostre firme più autorevoli, il dott. Maurizio Giordano, sostituto procuratore del Tribunale di Napoli, ed il dott. Francesco Balato, giudice presso la Sezione Misure di Prevenzione del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, sono passati a trovarci ad Officina Volturno per presentare il libro del primo, intitolato“Il buio e l’alba – Racconto sul clan dei Casalesi”, un vero e proprio racconto storio-grafico, di chi ha vissuto in prima linea la strenua battaglia contro il feroce clan. Il libro riporta attentamente date, avvenimenti, nomi, ma soprattutto le inchieste giudiziarie che più hanno caratterizzato la storia quarantennale di un clan che, seppur ad oggi radicalmente cambiato, rimane anco-ra fortemente attivo nella provincia casertana e non solo. Da qui un dibattito, che ha permesso a noi giovani cronisti di approfondirela conoscenza su una delle organizzazioni criminali più spietate della storia, sulla sua genesi ma soprattutto sulla sua evoluzione; perché certo, è impor-tante fare memoria e conoscere il passato, ma ancor più importante è analizzare il presente, per combattere ciò che lo rovina quotidianamente.

Il confronto con il dott. Giordano ed il dott. Balato ci ha permesso di comprendere come il clan dei Casalesi abbia perso nel tempo la sua caratteristica cardine: l’utilizzo sfrenato della violenza; perdita addebitabile probabilmente all’arresto dei suoi principali boss. Nonostante ciò, il clan dei Casalesi, così come molti altri clan del territorio, pare sia stato capace di reinventarsi, ed utilizzare i proventi delle attività illecite e violente del passato perincanalarsi completamente nell’economia legale. Questo è il motivo per il quale risulta fondamentale continuare a parlare di camorra: “i morti a terra” non ci sono più, certo, ma gli interessi di coloro che in passato hanno seminato terrore nel nostro sud continuano a prosperare mediante canali più subdoli e difficilmente rintracciabili.
«Con il titolo che ho dato a questo libro, il mio intento era quello di trasferire a coloro i quali non erano presenti in quei momenti ciò che è avvenuto su questa terra, in particolare anche sul territorio di Castel Volturno. Questi fatti, che io ho cercato di sintetizzare quanto più possibile nella mia descrizione, partono alla fine degli anni 80 e arrivano al 2010-2013, cioè agli anni nostri, e li ho descritti secondo un criterio cronologico, puntando l’attenzione su alcuni momenti che sono stati degli snodi fondamentali per la vita del clan dei casalesi. Quando spesso mi capita di essere invitato agli istituti scolastici, la curiosità dei ragazzi è quella di chiedere, alla fine dell’intervento, mossi dallo spirito giovanile, tipicamente curioso, “dottore voi parlate tanto, di tante questioni, ma alla fine, che cos’è, come è nato il clan dei Casalesi?”. E poi “ma il clan dei Casalesi esiste ancora?”. Era questo l’interrogativo che più frequentemente mi veniva posto: perché esista o sia esistito il clan Casalesi. E io con questo libro ho cercato di rispon-dere a questa domanda dando una narrazione il più completa possibile».

«Oggi il clan dei Casalesi esiste ma ha cambiato configurazione, non si vede più mediante l’utilizzo di azioni violente, di quelle cioè che incutevano terrore nella popolazione. Esso ha deciso di assumere una veste diversa: quella dell’infiltrazione nelle pubbliche amministrazioni, dell’infiltrazione nei circuiti economico-finanziari. Lo cogliamo da una serie di aspetti: dalle catene commerciali che improvvisamente esplodono sui nostri territori e che non pagano più il pizzo; dal timore di testimoni che vengono a rendere le loro deposizioni in tribunale e che rimangono reticenti o che sono fortemente intimoriti quando vengono a raccontare fatti che attengono ai finanziamenti delle realtà di tipo imprenditoriale. Il clan è invecchiato, certo, non è lo stesso di prima, ma non per questo risulta essere meno pericoloso o meno presente».
Rispetto alla lotta a questo tipo di criminalità giocano un ruolo fondamentale le cosiddette misure di prevenzione, di cui il dott. Balato si occupa presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere.

«Il sistema delle misure di prevenzione è frutto di un’idea singolare, all’avanguardia, e per questo sotto alcuni aspetti viene contestato, ma in generale la linea della prevenzione si sta rivelando quella predominante, soprattutto a scapito della linea repressiva; perfino la comunità europea e quella internazionale più in generale stanno iniziando ad entrare in questa logica. Probabilmente quello delle misure di prevenzione è l’unico sistema che consente di seguire, come diceva Maurizio, il piano finanziario senza andare alla ricerca del reato a monte in maniera precisa, perché lì diventa complicato dimostrarlo. Invece, quando si aggredisce un patrimonio che si è formato in maniera strana, abnorme, ingiustificata rispetto alle entrate lecite, collegandolo sempre chiaramente ad una situazione di pericolosità, la situazione è un po’ diversa rispetto al trovare i collegamenti tra il reato a monte ed il denaro che giunge a valle. Ad ogni modo, rimane comunque un lavoro complesso da mettere in campo, soprattutto alla luce di una fortissima capacità di occultamento. Non a caso, una recentissima sentenza delle Sezioni Unite si è occupata del problema delle intestazioni fittizie».
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