
In occasione della pubblicazione della nuova edizione 2025 del “Codice Antimafia Ragionato”, curato insieme alla Dott.ssa Vincenza Bellini, abbiamo rivolto alcune domande al Giudice Francesco Balato, con l’obiettivo di capire meglio il valore pratico di quest’opera e il suo impatto sul sistema giuridico e istituzionale italiano.
«Grazie innanzitutto per l’intervista, che conferma il vostro costante interesse per i temi della giustizia e per la cultura della legalità. Il Codice ragionato è pensato per chiunque voglia orientarsi in un ambito complesso come quello delle misure di prevenzione e, più in generale, della normativa antimafia. I lettori ideali sono: professionisti del diritto – magistrati, avvocati, docenti universitari, amministratori giudiziari e forze dell’ordine; gli studenti di giurisprudenza e, in generale, chi muove i primi passi in questa materia e cerca un vademecum chiaro e sintetico. Il testo adotta un linguaggio volutamente semplice e accessibile, così da risultare davvero fruibile a tutti».

«L’opera può rivelarsi preziosa, ad esempio, per le forze dell’ordine impegnate a fianco di chi propone le misure di prevenzione, perché offre un quadro chiaro e immediato di riferimenti e procedure. Anche gli amministratori giudiziari, soprattutto nella parte dedicata alla gestione dei beni sequestrati o confiscati, vi troveranno indicazioni pratiche e spunti operativi utili al loro lavoro quotidiano. A ciò si aggiunga l’interesse che potrebbero nutrire istituzioni come Prefetture, Questure e l’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati, così come gli altri enti pubblici coinvolti nella materia e, naturalmente, il mondo accademico, che potrà utilizzarlo come supporto didattico e di ricerca».
«La normativa italiana, in particolare quella antimafia, è da sempre al centro di vivaci discussioni. Dottrina e accademia ne esaminano da anni gli aspetti più delicati, come la confisca di prevenzione, le interdittive antimafia e, ancor di più oggi, le misure di prevenzione personali. Di recente anche la Corte europea dei diritti dell’uomo, si pensi al caso De Tommaso c. Italia, ha avviato un esame critico di questi strumenti e non è escluso che in futuro ne arrivino altri, di segno ancora imprevedibile. In ogni caso, è certo che questi temi continuano ad attirare un’attenzione straordinaria: non solo per le critiche che suscitano, ma anche perché spesso offrono un modello che talora altri ordinamenti cercano, anche in parte, di replicare».
«Il tema sta assumendo un rilievo centrale. Nel Codice sono presentati, sia pur sinteticamente, due novità di respiro europeo. La prima è il regolamento UE 1805/2018, da taluni citato come il testo che, di fatto, si applicherebbe anche all’istituto italiano della confisca di prevenzione, aprendo così alla sua piena applicazione anche a livello sovranazionale. La seconda è la recente direttiva 2024/1260/UE, ancora in attesa di recepimento interno, che interviene su profili decisivi, inclusi quelli legati alla gestione dei beni sequestrati. Entrambi i provvedimenti confermano il forte interesse dell’Unione per strumenti che, nel sistema italiano, vantano ormai una solida tradizione».
«È indiscutibile che si tratti di uno strumento di grande impatto e straordinaria efficacia preventiva. Le misure in questione, caratterizzate da un’elevata anticipazione, sono però spesso sotto forte critica, poiché rischiano di affondare un’impresa e condannarla a un vero e proprio “ergastolo imprenditoriale“. Tuttavia, anche sul fronte delle garanzie, si sta assistendo a un’evoluzione dell’istituto, sia a livello giurisprudenziale, con interventi recenti della Corte costituzionale, sia sul piano normativo, ad esempio con il controllo giudiziario e la prevenzione collaborativa. Questi sviluppi fanno sperare in un bilanciamento più equo tra la necessità di interventi rapidi e decontaminanti e la tutela delle imprese, affinché possano continuare a operare nel mercato».
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