
C’è un tipo di disco che non si limita a essere ascoltato. Va attraversato, come un mare. E questo è forse il primo motivo per cui Arcana XXIII (vol.1), il concept album di Vesuviano, sorprende: perché non ti offre canzoni, ti offre una rotta.
Vesuviano — il pirata della musica cantautorale napoletana — costruisce un’epopea contemporanea dove ogni brano è un tarocco, ogni tarocco un viaggio, ogni viaggio un atto di libertà. Non è una metafora a effetto: l’album funziona davvero come una mappa simbolica, una bussola emotiva che invita chi ascolta a confrontarsi con i propri demoni, con il proprio mare interiore, con quella parte d’ombra che Jung considerava necessaria per conoscere davvero se stessi.
La seconda sorpresa di Arcana XXIII è la sua natura profondamente artigianale. In un’epoca in cui la musica spesso risponde prima alle logiche del marketing e poi alla creatività, qui avviene il contrario: dove c’è studio, ricerca, confronto umano, il capitalismo non entra. Il risultato è un’opera che osa e che ospita musicisti di tutto rispetto come Alessandro Morlando.
La scelta dei suoni non è mai casuale: il flauto volutamente scordato che genera malinconia, le chitarre punk di Pietro Lauretta, il piano “da saloon” di Vincenzo Lauretta che apre scenari cinematografici, la voce di Elisa Benetti che diventa bussola emotiva. Tutto concorre a formare una flotta — per usare le parole dell’artista — una ciurma che naviga insieme, senza gerarchie, ma con un obiettivo comune.
La terza sorpresa è la dimensione collettiva del progetto: Arcana XXIII è un album che non è stato “fatto”, ma “costruito” da un equipaggio. Musicisti, visual artist, illustratori, videomaker, creativi: ciascuno ha lasciato un’impronta, trasformando il disco in un’opera corale.
È un gesto politico, oltre che artistico: in un’industria dove la solitudine dell’artista è spesso narrata come condizione romantica, Vesuviano afferma l’esatto contrario. La creazione non è isolamento, ma incontro. E ogni collaborazione nasce da stima e ispirazione reciproca, non da calcoli commerciali.
Cuore simbolico dell’album è il “Tarocco del Pirata”, un ventitreesimo arcano — disegnato da Camilla Cimino — che non esiste nei mazzi tradizionali. È la carta della rivoluzione, dell’orizzonte, del viaggio senza garanzia. Richiama immaginari come One Piece, ma anche una visione pasoliniana del mondo: indignata, poetica, piena di pietas.
È qui che si comprende perché l’album sorprenda così tanto: non è nostalgia, non è imitazione, non è folklore. È una metafora di libertà che si conquista ogni giorno, un percorso di autonomia emotiva e creativa.
Arcana XXIII (vol.1) non è pensato per chi cerca un ascolto veloce. È un disco che chiede tempo, spazio, coraggio. Invita a guardare negli occhi le proprie ombre, a trasformarle, a riconoscere i legami come doni e non come possesso. La sua forza non è nel singolo brano, ma nel viaggio che costruisce nel suo insieme.
Ed è proprio questa la sorpresa più grande: Vesuviano non consegna al pubblico un album, ma un’epopea. Una flotta di suoni, una mappa interiore, un invito a scegliere la propria rotta senza paura. Un gesto raro oggi. Un gesto necessario.
di Luca Capone e Gianrenzo Orbassano
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