
L’Italia fa un passo avanti sulla parità di genere, in particolare nella sfera familiare. I padri che hanno usufruito del congedo di paternità, infatti, sono triplicati, passando dal 19% del 2013 al 57% del 2021. Sia il congedo di paternità che quello parentale sono stati finalmente identificati come cruciali nel facilitare un’allocazione più paritaria delle responsabilità familiari e nell’assicurare il diritto alla paternità per i padri.
È importante tracciare una distinzione tra congedo di paternità e congedo parentale. Il primo consente ai padri di prendersi una pausa dal lavoro per 10 giorni, in un intervallo che va dai due mesi prima del parto fino ai cinque mesi successivi. Diversamente, il congedo parentale permette ai genitori di spartirsi un periodo più lungo di astensione dal lavoro, fino a un massimo di 10 mesi, per la cura del neonato.
La legge che rende obbligatorio il congedo di paternità rappresenta un importante cambiamento. Resa permanente con l’ultima legge finanziaria, questa normativa assicura ai padri lavoratori dipendenti il diritto di godere di un periodo di congedo obbligatorio di 10 giorni, mirando a incrementare la loro partecipazione attiva nella cura dei figli sin dai primi giorni.
Dal primo gennaio 2018 è stata introdotta anche un’indennità di paternità per i lavoratori autonomi con partita IVA. Questa indennità rappresenta un supporto finanziario e il diritto al congedo di paternità è riconosciuto solo in certe situazioni, ad esempio quando la madre, lavoratrice, non può beneficiarne.
L’uso triplicato del congedo di paternità è emerso dall’elaborazione di Save the Children dei nuovi dati INPS, rilasciati il 19 marzo in occasione della Festa del Papà. Nel 2013, circa il 19,26% dei padri (51.745 in totale) ne ha usufruito. Questa percentuale è cresciuta significativamente entro il 2022, quando più di 3 padri su 5, ovvero il 64,02% (172.797 padri), hanno utilizzato il congedo.
Tuttavia, il ritratto del padre che può permettersi ciò, non sembra essere uguale per tutta l’Italia. Secondo l’Organizzazione, infatti, il padre che usufruisce del congedo di paternità ha più di 30 anni, lavora in imprese di media-grande dimensione con un contratto di lavoro stabile e ha un reddito medio-alto. Ma soprattutto, vive al Nord.
L’uso del congedo di paternità è cresciuto in tutta Italia; eppure, si osserva una maggiore diffusione nelle regioni settentrionali. Nelle province meridionali come Crotone, Trapani, Agrigento e Vibo Valentia, la percentuale di fruizione è inferiore al 30%. Al contrario, nel Nord, in province come Bergamo, Lecco, Treviso, Vicenza e Pordenone, la percentuale supera l’80%.
I dati mostrano che i padri tra i 30 e i 49 anni sono quelli che maggiormente usufruiscono del congedo, con una maggiore prevalenza nelle aziende di dimensioni medie e grandi. In aziende con oltre 100 dipendenti, l’uso del congedo è del 77%, mentre in quelle con meno di 15 dipendenti è del 45,2%. Queste ultime hanno visto il più grande incremento nell’utilizzo del congedo tra il 2021 e il 2022, con un aumento dell’8,7%.
Si riscontrano anche significative differenze in base al tipo di contratto di lavoro. Tra i lavoratori a tempo indeterminato, quasi il 70% usufruisce del congedo, mentre la percentuale scende al 35,95% per i contratti a tempo determinato e al 19,72% per i lavoratori stagionali. Questi dati indicano una marcata disuguaglianza nell’accesso al congedo di paternità a seconda della stabilità del contratto lavorativo.
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