
Lo studio “Tutta la plastica che non vediamo – Rapporto sulla presenza delle micro e nanoplastiche nel corpo umano” evidenzia la presenza di plastica negli organi del corpo umano. La ricerca, commissionata da VERA Studio, è stata affidata a un gruppo di ricercatori dell’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli: il Prof. Raffaele Marfella (Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche Avanzate), il Prof. Pasquale Iovino (Dipartimento di Scienze e Tecnologie Ambientali Biologiche e Farmaceutiche) e il Dott. Francesco Prattichizzo (RCCS MultiMedica, Polo Scientifico e Tecnologico). La notizia ha avuto risonanza in tutto il mondo ed è stata riportata dalle testate giornalistiche più importanti in assoluto, quali NBC, The Guardian, CNN, The Washington Times e molte altre. Informare ha contattato e intervistato il Prof. Marfella, che ha affermato: «Sono molto fiero di questo studio perché porta in alto la Campania e l’università Vanvitelli».

Nel 2023, la produzione globale di plastica ha toccato quota 400,3 milioni di tonnellate, con stime che indicano un incremento esponenziale fino al 2050, quando potremmo raggiungere 25 miliardi di tonnellate di plastica. Ma oltre all’inquinamento ambientale, il problema della plastica si rivela anche una questione di salute pubblica: le micro-nanoplastiche (MNP), particelle minuscole derivanti dalla degradazione dei materiali plastici, sono ormai presenti nei nostri corpi, oltre che in ogni angolo dell’ecosistema.
I canali di esposizione all’assunzione di microplastiche sono molteplici. Una gran parte avviene tramite l’assunzione alimentare quotidiana: questa può avvenire sia in maniera diretta che indiretta. Le MNP sono presenti in alcuni alimenti, come sale da cucina, zucchero, miele, carne di pollo e verdure, o nell’acqua potabile e in alcune bevande, quali latte, birra e vino bianco. Tuttavia, esse vengono anche rilasciate dai contenitori di plastica, ad esempio dai contenitori d’asporto o utili alla conservazione di cibo e bevande, dai bicchieri di plastica e dai biberon; il rilascio di MNP è maggiore se i contenitori di plastica vengono riscaldati in microonde. Anche i materiali tessili sono una delle fonti primarie di inquinamento da microplastiche, soprattutto durante il lavaggio. L’assunzione di micro-nanoplastiche avviene anche tramite esposizione cutanea, ad esempio con il contatto diretto tra la pelle e la microfibra degli indumenti o tramite le microplastiche presenti nei prodotti per la cura personale, come scrub e dentifricio.
Le concentrazioni più alte di MNP sono state rilevate nel cervello, nella placenta e nell’albero cardiovascolare, oltre che negli altri organi. In un cervello di peso medio di un adulto, la concentrazione di microplastiche e nanoplastiche è pari ad un terzo di una bottiglia d’acqua di plastica da 1,5 litri. Ciò evidenzia l’urgenza di effettuare ulteriori studi che indaghino la correlazione tra MNP nel cervello e malattie come Alzheimer e demenza.
Nell’ambito dell’apparato cardiovascolare, i ricercatori dell’Università Vanvitelli hanno quantificato le MNP presenti nelle placche carotidee, asportate da 257 pazienti malati di arteriosclerosi, che sono stati poi seguiti per tre anni, in modo da monitorare l’incidenza di infarto miocardico, ictus e mortalità. «È risultato evidente – afferma il prof. Marfella – che i pazienti in cui sono state rilevate microplastiche e nanoplastiche all’interno delle placche carotidee presentano un rischio maggiore di infarto miocardico e ictus rispetto a quelli in cui queste sostanze non sono state rilevate. Il rischio di avere queste patologie è di quattro volte e mezzo maggiore. È scioccante se si pensa che malattie come diabete, ipertensione e obesità apportano un rischio di due volte e mezzo maggiore rispetto ad un organismo sano. Parliamo quasi del doppio. Inoltre, è probabile che le microplastiche vadano ad accelerare il decorso patologico, ove presente». Questa è la prima prova mai rilevata di un’associazione tra la presenza di MNP in un organo e una conseguenza patologica.
Le micro-nanoplastiche rilevate più di frequente sono quelle che costituiscono la maggior parte dei contenitori per alimenti, liquidi o cosmetici ma anche prodotti per la casa o l’edilizia come le tubature dell’acqua. Il report stima un’assunzione annuale di plastica dai 15 ai 287 grammi per persona. Inoltre, le plastiche identificate sono di forma e tipo vario e pare che le donne presentino concentrazioni maggiori, almeno in alcuni organi. Inoltre, in alcuni casi, la presenza di MNP è stata associata a specifiche patologie come malattie infiammatorie intestinali o cirrosi epatica (una patologia cronica del fegato).
La ricerca riguardo gli effetti della plastica in relazione alla vita umana presenta molte lacune. Riguardo il rapporto tra inquinamento atmosferico e salute, ad esempio, le ricerche sembrano essere più esaustive. L’esposizione agli agenti chimici, infatti, è oggi riconosciuta come un fattore importante nella patogenesi di molte condizioni, dai tumori alle patologie cardiovascolari. Diversi inquinanti, come il particolato fine (PM 2,5) e alcuni prodotti chimici industriali, sono ormai considerati causa di numerosi danni alla salute grazie a solide prove. Questo è importante perché solo tramite la ricerca si possono delineare cure e prevenzioni, su cui poggiano misure legislative e sanitarie. Gli additivi plastificanti, come il bisfenolo A (BPA), molto utilizzato per la produzione di plastiche per uso alimentare, sono stati collegati a diverse malattie. Tuttavia, per confermare l’effettiva incidenza delle MNP, sarà necessario un impegno di ricerca multidisciplinare con il coinvolgimento di chimici, tossicologi, medici, biologi e scienziati ambientali. Nel frattempo, i governi possono e devono agire per ridurre la produzione di plastica e sensibilizzare il pubblico sui rischi, incentivando stili di vita e comportamenti a minor impatto ambientale.
Il professore Marfella ha affermato ai nostri microfoni: «Prevenire è fondamentale. Abbiamo bisogno di rivoluzionare il nostro stile di vita. I dati al momento sono spaventosi, è vero, ma non devono essere scoraggianti. Proprio perché è difficile rimediare a ciò che è stato fatto in passato, dobbiamo fare di tutto per non aggravare il futuro. Anche le azioni più semplici, come preferire una borraccia ad una bottiglina di plastica oppure evitare di acquistare prodotti eccessivamente impacchettati con pellicola alimentare, fanno la differenza. Queste misure di prevenzione, in realtà, dovrebbero partire dalla legislazione, ma in alcuni stati, come la Francia, qualcosa si sta muovendo. L’informazione poi è fondamentale. Questa intervista, così come le altre riguardo la nostra ricerca, dimostrano che è avvenuta una certa sensibilizzazione. Parlarne è importante soprattutto per le generazioni future. Anche se la situazione sembra catastrofica non possiamo arrenderci».
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